Pensieri
Uno psicologo nel lager
Viktor E. Frankl
Da parecchio tempo non scrivo recensioni, perché l’urgenza dei fatti ha spesso reso superflue le parole.
Ho però letto recentemente un libro, uscito alla fine della Seconda guerra mondiale, che non avevo (con mio rammarico) ancora incontrato e che vorrei proporre come libro di testo o lettura comune nelle Scuole superiori, magari nell’ora di educazione civica.
Si tratta della testimonianza di Viktor Frankl, neurologo e psichiatra viennese, fondatore dell’analisi esistenziale e della logoterapia, metodo attraverso il quale attua una svolta copernicana nella psicanalisi dell’epoca: per ogni individuo si tratta di prendere consapevolezza che il principio fondamentale che guida la vita umana non è “il principio del piacere “ (Freud), né la "volontà di potenza" (Adler), ma la “volontà di significato”, il desiderio di trovare un senso, uno scopo per la propria vita: la vita chiede a ciascuno di rispondere esattamente e concretamente ai problemi che ci si pongono di fronte, prendendosi la responsabilità di mettere in atto i compiti che la vita ci pone innanzi.
Questa svolta è maturata durante i lunghi anni di permanenza nei lager (dal 1942 al 1945 fu prigioniero in quattro campi di concentramento tedeschi, tra cui Auschwitz e Dachau) del Nostro, al quale non sono state risparmiate sofferenze fisiche, psichiche e morali tali da distruggere molti dei suoi compagni di prigionia.
In questo contesto di gravissime sofferenze, Frankl ha potuto costatare di persona che esiste nell’uomo una forza interiore in grado di sostenerlo anche nei momenti più bui e che questa forza ha la sua radice fondamentale nell’amore: amore per la propria donna, per i figli, per il lavoro, amore verso Dio o semplicemente amore per l’armonia e la bellezza anche minime che si possono sperimentare.
Questa realtà interiore presente in ogni uomo è la radice della sua libertà, che può esercitarsi anche nelle circostanze più terribili:
...tutto ciò che accade all’anima dell’uomo, tutto ciò che il Lager apparentemente “fa” di lui come uomo, è il frutto di una decisione interna. In linea di principio dunque, ogni uomo, anche se condizionato da gravissime condizioni esterne, può in qualche modo decidere che cosa sarà di lui – spiritualmente – nel Lager: un internato tipico – o un uomo, che resta uomo anche qui e conserva intatta la dignità d’uomo
Dostojewski ha detto una volta «Temo una cosa sola: di non essere degno del mio tormento.»
Ripensammo più d’una volta a queste parole, quando abbiamo conosciuto uomini eroici, quasi dei martiri, che con il loro comportamento del Lager, in mezzo a sofferenze e dolori, testimoniarono l’ultima e inalienabile libertà interna dell’uomo, gravemente compromessa. Avrebbero potuto dire a buon diritto che «furono degni del loro tormento». Hanno dimostrato che, soffrendo rettamente, si può realizzare qualcosa: una conquista interiore.1
Questa libertà fa, in ogni circostanza, di un individuo un essere umano oppure un elemento del gregge.
A seconda se uno resta coraggioso e forte, dignitoso e altruista, o se dimentica d’essere un uomo nella spietata lotta per sopravvivere e diventa in tutto e per tutto l’animale di un gregge – al quale la psicologia dell’internato ci ha fatto pensare – a seconda di ciò che accade, l’uomo realizza o perde i possibili valori morali che la sua dolorosa situazione e il suo duro destino gli consentono, e, a seconda dei casi, è «degno del suo tormento» o non lo è.2
Proprio la condivisione di una vita in cui ogni parvenza di normalità viene strappata con molti compagni e per lunghi anni, port Frankl alla conclusione che:
Da tutto ciò possiamo apprendere che sulla terra esistono solo due razze umane, e solo queste due; la “razza” degli uomini per bene e quella dei “poco di buono”. Queste due “razze” sono diffuse ovunque, penetrano e s’infilano in tutti i gruppi. Nessun gruppo è composto esclusivamente da persone per bene o esclusivamente da “poco di buono”. In questo senso non esiste dunque un gruppo di “razza pura” - e, per l’appunto, vi furono persone per bene anche tra le sentinelle!3
La libertà che si sperimenta dopo una lunga prigionia, può avere però anche delle conseguenze negative: chi si trova di colpo liberato dalle prevaricazioni e dalle ingiustizie a cui è stato sottoposto per anni, può alimentare in sé sentimenti di rivalsa e di vendetta che portano a reitare gli stessi comportamenti inumani che si sono subiti:
Dovremmo invece riflettere, in primo luogo, che alcuni pericoli – in senso psichico – minacciano anche dopo la liberazione un uomo sottoposto a lungo ad un’enorme pressione psichica come quella del Lager; ciò avviene anzi, proprio perché il peso svanisce tutto d’un tratto…
Durante questa fase psicologica si poté osservare, soprattutto in nature primitive, quanto perseverassero nell’atteggiamento etico preso sotto le categorie del potere e della violenza. Ora, però, dopo la liberazione, credevano toccasse a loro di sfruttare arbitrariamente, senza scrupoli e senza preoccupazione alcuna, la potenza e la libertà. Per questi uomini primitivi in realtà era mutato solo il segno delle vecchie categorie morali: il negativo era divenuto positivo. Erano stati oggetti del potere, della violenza, dell’arbitrio e dell’ingiustizia son divenuti soggetti nell’ambito di queste categorie, rimanendo così schiavi delle esperienze passate. Occorre molta pazienza perché questi uomini ritrovino la verità, del resto quasi banale, che nessuno ha il diritto di commettere un’ingiustizia, neppure chi ha subito un’ingiustizia. E tuttavia dobbiamo lavorare perché questi uomini ritornino alla verità; se la si capovolgesse, ne deriverebbero conseguenze ben peggiori della perdita di alcune migliaia di semi d’avena per un contadino sconosciuto.4
Parole che ci aiutano a comprendere noi stessi e gli avvenimenti sconcertanti ai quali assistiamo quotidianamente: la lettura di questa testimonianza, scritta di getto nei primi tempi dopo la liberazione dal Lager, può continuare ad essere una medicina per le nostre anime, come era nell’intento di questo lucido e profondo neurologo e psichiatra.
...
1Frankl Viktor E., Uno psicologo nei Lager, Ed. Ares, Milano 2013, 23a , 115.
2Ivi, 117.
3Ivi, 144.
4Ivi 148-150.
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