giovedì 30 aprile 2026

 

Pensieri 


 Uno psicologo nel lager

Viktor E. Frankl


Da parecchio tempo non scrivo recensioni, perché l’urgenza dei fatti ha spesso reso superflue le parole.

Ho però letto recentemente un libro, uscito alla fine della Seconda guerra mondiale, che non avevo (con mio rammarico) ancora incontrato e che vorrei proporre come libro di testo o lettura comune nelle Scuole superiori, magari nell’ora di educazione civica.

Si tratta della testimonianza di Viktor Frankl, neurologo e psichiatra viennese, fondatore dell’analisi esistenziale e della logoterapia, metodo attraverso il quale attua una svolta copernicana nella psicanalisi dell’epoca: per ogni individuo si tratta di prendere consapevolezza che il principio fondamentale che guida la vita umana non è “il principio del piacere “ (Freud), né la "volontà di potenza" (Adler), ma la “volontà di significato”, il desiderio di trovare un senso, uno scopo per la propria vita: la vita chiede a ciascuno di rispondere esattamente e concretamente ai problemi che ci si pongono di fronte, prendendosi la responsabilità di mettere in atto i compiti che la vita ci pone innanzi.

Questa svolta è maturata durante i lunghi anni di permanenza nei lager (dal 1942 al 1945 fu prigioniero in quattro campi di concentramento tedeschi, tra cui Auschwitz e Dachau) del Nostro, al quale non sono state risparmiate sofferenze fisiche, psichiche e morali tali da distruggere molti dei suoi compagni di prigionia.

In questo contesto di gravissime sofferenze, Frankl ha potuto costatare di persona che esiste nell’uomo una forza interiore in grado di sostenerlo anche nei momenti più bui e che questa forza ha la sua radice fondamentale nell’amore: amore per la propria donna, per i figli, per il lavoro, amore verso Dio o semplicemente amore per l’armonia e la bellezza anche minime che si possono sperimentare. 

Questa realtà interiore presente in ogni uomo è la radice della sua libertà, che può esercitarsi anche nelle circostanze più terribili:

...tutto ciò che accade all’anima dell’uomo, tutto ciò che il Lager apparentemente “fa” di lui come uomo, è il frutto di una decisione interna. In linea di principio dunque, ogni uomo, anche se condizionato da gravissime condizioni esterne, può in qualche modo decidere che cosa sarà di lui – spiritualmente – nel Lager: un internato tipico – o un uomo, che resta uomo anche qui e conserva intatta la dignità d’uomo

Dostojewski ha detto una volta «Temo una cosa sola: di non essere degno del mio tormento.»

Ripensammo più d’una volta a queste parole, quando abbiamo conosciuto uomini eroici, quasi dei martiri, che con il loro comportamento del Lager, in mezzo a sofferenze e dolori, testimoniarono l’ultima e inalienabile libertà interna dell’uomo, gravemente compromessa. Avrebbero potuto dire a buon diritto che «furono degni del loro tormento». Hanno dimostrato che, soffrendo rettamente, si può realizzare qualcosa: una conquista interiore.1

 Questa libertà fa, in ogni circostanza, di un individuo un essere umano oppure un elemento del gregge.

A seconda se uno resta coraggioso e forte, dignitoso e altruista, o se dimentica d’essere un uomo nella spietata lotta per sopravvivere e diventa in tutto e per tutto l’animale di un gregge – al quale la psicologia dell’internato ci ha fatto pensare – a seconda di ciò che accade, l’uomo realizza o perde i possibili valori morali che la sua dolorosa situazione e il suo duro destino gli consentono, e, a seconda dei casi, è «degno del suo tormento» o non lo è.2

 Proprio la condivisione di una vita in cui ogni parvenza di normalità viene strappata con molti compagni e per lunghi anni, port Frankl alla conclusione che:

Da tutto ciò possiamo apprendere che sulla terra esistono solo due razze umane, e solo queste due; la “razza” degli uomini per bene e quella dei “poco di buono”. Queste due “razze” sono diffuse ovunque, penetrano e s’infilano in tutti i gruppi. Nessun gruppo è composto esclusivamente da persone per bene o esclusivamente da “poco di buono”. In questo senso non esiste dunque un gruppo di “razza pura” - e, per l’appunto, vi furono persone per bene anche tra le sentinelle!3

La libertà che si sperimenta dopo una lunga prigionia, può avere però anche delle conseguenze negative: chi si trova di colpo liberato dalle prevaricazioni e dalle ingiustizie a cui è stato sottoposto per anni, può alimentare in sé sentimenti di rivalsa e di vendetta che portano a reitare gli stessi comportamenti inumani che si sono subiti:

Dovremmo invece riflettere, in primo luogo, che alcuni pericoli – in senso psichico – minacciano anche dopo la liberazione un uomo sottoposto a lungo ad un’enorme pressione psichica come quella del Lager; ciò avviene anzi, proprio perché il peso svanisce tutto d’un tratto…

Durante questa fase psicologica si poté osservare, soprattutto in nature primitive, quanto perseverassero nell’atteggiamento etico preso sotto le categorie del potere e della violenza. Ora, però, dopo la liberazione, credevano toccasse a loro di sfruttare arbitrariamente, senza scrupoli e senza preoccupazione alcuna, la potenza e la libertà. Per questi uomini primitivi in realtà era mutato solo il segno delle vecchie categorie morali: il negativo era divenuto positivo. Erano stati oggetti del potere, della violenza, dell’arbitrio e dell’ingiustizia son divenuti soggetti nell’ambito di queste categorie, rimanendo così schiavi delle esperienze passate. Occorre molta pazienza perché questi uomini ritrovino la verità, del resto quasi banale, che nessuno ha il diritto di commettere un’ingiustizia, neppure chi ha subito un’ingiustizia. E tuttavia dobbiamo lavorare perché questi uomini ritornino alla verità; se la si capovolgesse, ne deriverebbero conseguenze ben peggiori della perdita di alcune migliaia di semi d’avena per un contadino sconosciuto.4

Parole che ci aiutano a comprendere noi stessi e gli avvenimenti sconcertanti ai quali assistiamo quotidianamente: la lettura di questa testimonianza, scritta di getto nei primi tempi dopo la liberazione dal Lager, può continuare ad essere una medicina per le nostre anime, come era nell’intento di questo lucido e profondo neurologo e psichiatra.




...

1Frankl Viktor E., Uno psicologo nei Lager, Ed. Ares, Milano 2013, 23a , 115.

2Ivi, 117.

3Ivi, 144.

4Ivi 148-150.

Frankl# Lager# psicologo# logoterapia# interiorità# duerazze# educazionecivica# scuolesuperiori# loredanaamaliaceccon# sentieridellogos.blogspot.com#

 

venerdì 12 settembre 2025

  • Pensieri  

    La guerra: un crimine contro l'umanità

Dichiarazione adottata dal Club di Budapest il 20 febbraio 2003 

 

E' giunto il momento che la comunità riconosca come la guerra, piuttosto che uno strumento per l'eliminazione di terroristi e di aggressori, sia un crimine contro l'umanità.
Essa è di per sé un atto di aggressione che minaccia la vita umana e l'ambiente dal quale la vita umana dipende.
 
Nessun'altra specie uccide in massa i propri simili: la guerra è un fenomeno unicamente umano. La guerra non ha mai avuto una giustificazione etica, ma poteva avere una validità nel tempo in cui popoli confinanti combattevano per la conquista di territori, di risorse umane e naturali, e lo scontro era limitato ai territori e agli eserciti dei popoli interessati. Quando le risorse non sono limitate a territori ben definiti e le ostilità non possono essere frenate, la guerra non trova giustificazioni né politiche né economiche. Poiché la guerra moderna uccide civili innocenti, infligge un serio danno all'ambiente che sostiene la vita e può allargarsi a una conflagrazione globale, la guerra deve essere dichiarata un crimine contro l'umanità. Nessuno stato-nazione dovrebbe avere il diritto legittimo di fare guera contro qualsiasi altro stato-nazione.
 
L'accumulazione di armi di distruzione di massa non è un motivo valido per scatenare la guerra. Il solo possesso delle armi di distruzione di massa - che siano nucleari, chimiche, biologiche o convenzionali - rappresenta una minaccia contro la vita umana e contro l'habitat; le armi non sono tollerabili nelle mani di qualsiasi stato, sia grande o piccolo, ricco o povero, che sia guidato da un dittatore o da un leader eletto democraticamente.
 
Bisogna eliminare le armi di distruzione di massa dagli arsenali di ogni stato: è un compito che nessun governo può assumersi come prerogativa propria, ma dovrebbe divenire responsabilità della comunità globale di tutti i popoli e di tutti gli stati. Non ci sarà una pace duratura sulla terra fin tanto che tutte le armi di distruzione di massa non verranno eliminate, la loro produzione e accumulazione vietata e le strategie che ne richiedono l'uso sostituite da strategie di dialogo, da negoziati e, se necessario, da sanzioni economiche e politiche internazionalmente riconosciute.
 
Il tentativo di eliminare armi di distruzione di massa con altre armi di distruzione di massa significa combattere la violenza con la violenza, basandosi sul principio dell' "occhio per occhio, dente per dente": una politica che rischia di rendere tutti ciechi e sdentati. Aggressori e terroristi devono essere fermati, ma la guerra non è il modo per farlo.
 
Ervin Laszlo, Tu puoi cambiare il mondo. Istruzioni per l'uso del XXI secolo, Riza, Mi 2003, p.104-105. 
     
#guerra #criminecontrol'umanità #ervinlaszlo #clubdibudapest #cambiareilmondo #loredanaamaliaceccon #sentieridellogos.blogspot.com 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

mercoledì 18 giugno 2025

 

Immagin-azione

 NO.FA.V.

 


Teresa era una brava traduttrice, anzi bravissima. 

Aveva studiato quattro lingue e ogni quattro anni circa ne aggiungeva una nuova, in qualche modo collegata alle altre, perché si appassionava alle sue caratteristiche: riusciva a penetrarle tutte in modo tale che la sua scelta di costrutti e vocaboli rendeva sempre efficacemente ciò che l’autore intendeva esprimere.

Quando era più giovane, siccome le piaceva viaggiare, aveva tentato la strada della traduttrice simultanea in conferenze internazionali ma, la prima volta che si era trovata a dover tradurre le parole di un generale ad una conferenza su una guerra in atto, era successo il disastro. Sulle prime, quando l’uomo introduceva le sue argomentazioni era andato tutto quasi liscio; soltanto una leggera acidità si era fatta strada attraverso l’esofago su su fino alla faringe, così che la sua voce aveva iniziato ad essere incrinata e leggermente catarrosa. Si era schiarita la voce e aveva continuato ancora un po’, ma più il generale parlava più avanzava un senso di nausea incontenibile e lo stomaco aveva iniziato a dolere sempre più, finché, al momento di un’arringa del generale più convinta delle altre, un fiotto di vomito giallo e acido aveva ricoperto il microfono da cui partiva la traduzione, invadendo la sua postazione e diffondendosi sul pavimento. La conferenza era stata interrotta per dieci minuti, durante i quali la traduzione simultanea venne spostata su un’altra traduttrice disponibile, era intervenuta la squadra addetta all’igiene che aveva pulito tutto in un battibaleno e Teresa era stata licenziata seduta stante: fine carriera.

Aveva quindi provato presso altre agenzie di traduzione simultanea che si occupavano di altri contesti: tutto funzionava per un po’, ma a un certo punto, in un momento cruciale del lavoro, il vomito usciva inarrestabile.

Certo, Teresa aveva sempre avuto qualche problema ma ora si era accorta che il suo stomaco aveva vita propria e agiva indipendentemente da lei in alcune occasioni particolari. Teresa lo aveva studiato, aveva analizzato le diverse sequenze dei momenti in cui era stata così male da non poter resistere, aveva anche riascoltato le registrazioni delle conferenze in cui il fattaccio era successo ed era arrivata ad una conclusione indubitabile: il suo stomaco non sopportava le bugie.

Quando si trattava di piccole menzogne quotidiane, che servivano solo per scansare qualche modesto inghippo, l’intestino mandava dei brevi segnali di fastidio; se la mancanza di verità si mostrava come un raggiro di piccola entità, sentiva un colpo di nausea salire nella gola e a volte riusciva a ricacciarla giù; se invece la falsità era un’impostura grave, che rischiava di danneggiare qualcuno, il suo stomaco reagiva con un rigurgito irrefrenabile e continuato finché non si era liberato di tutto il suo contenuto.

Teresa aveva dovuto rassegnarsi a lavorare per conto proprio: aveva costituito una società formata solo da lei con la sigla NO.FA.V., un acronimo che lei giustificava con i suoi clienti dicendo che significava Nobile Famiglia Virzi, il suo cognome vero, mentre in realtà significava NON FATEMI VOMITARE. Svolgeva tutto tramite Internet: le commissioni le arrivavano sul computer e così i pagamenti; in questo modo non aveva necessità di incontrare le persone e se il suo stomaco decideva che qualcosa non andava poteva tranquillamente andare in bagno, liberarsi e tornare a lavorare. Naturalmente non poteva stressare troppo lo stomaco, così cercava di stare attenta e di capire se le richieste che le venivano fatte avrebbero potuto crearle dei problemi. Di solito tradurre i cataloghi di prodotti non scatenava difficoltà, mentre non era lo stesso con le frasi delle pubblicità che, appena lette, se non corrispondevano al prodotto effettivamente proposto, sollecitavano il suo stomaco secondo le ormai conosciute modalità.

Con i libri di geografia, di cucina, di arte o i manuali di fai-da-te generalmente andava sempre tutto bene; diverso era il discorso con i libri di storia filosofia teologia sociologia e simili: c’erano volte in cui l’intestino si stringeva come in una morsa, provocandole dei dolori lancinanti, oppure il diaframma cominciava a contrarsi insieme ai muscoli addominali spingendo il contenuto dei visceri dal basso verso l’alto finché il tutto si concludeva dentro una vaschetta appositamente predisposta vicino al computer. Di solito, quando doveva affrontare la traduzione di testi del genere, si premuniva con una colazione leggera seguita da una breve passeggiata per alleggerire la digestione, e poi si metteva al lavoro.

Anche certe relazioni di Commissioni incaricate di studi o indagini di settore le facevano le stesso effetto, però la fatica era minore perché i testi erano più brevi.

Le poesie di solito non le davano fastidi importanti, solo ogni tanto un po’ di acidità, mentre i romanzi a volte proprio non riusciva a sopportarli. Sperava coi libri fantasy o di fantascienza di potersi muovere agevolmente, perché in fondo, eh, la fantasia non è fandonia, è costruzione irreale ma non inganno; purtroppo però non era sempre così, perché vi erano in alcuni testi dei messaggi nascosti, criptati, che il suo stomaco non digeriva per niente e allora: alé, vomitata!

Comunque ormai si era organizzata abbastanza bene; aveva anche trovato un compagno, David, attraverso i social. Sì, perché lei non era l’unica ad avere uno stomaco che ragionava per conto suo: non erano molti ma ce n’erano altri come lei nel mondo. Li aveva trovati quasi per caso una sera che era proprio depressa e si era chiesta:«Possibile che solo io abbia questo problema?», e così aveva passato la notte sul computer a cercare tutto il possibile intorno a bugia menzogna falsità inganno fandonia impostura simulazione e compagnia bella, collegati a digestione stomaco emesi acido gastrico peristalsi scialorrea intestino e simili.

Verso le tre del mattino era spuntato in Inghilterra uno sparuto gruppo raccolto sotto il nominativo “Stodgy Lies”, Bugie Indigeste, con cui aveva cominciato a chattare quasi ogni giorno. Si scambiavano informazioni esperienze opinioni e a un certo punto avevano deciso di incontrarsi tutti a Londra: era stato un momento magico, una quarantina di persone provenienti da tutto il mondo e il cui modo di stare insieme non poteva che essere assolutamente sincero, pena un malessere più o meno grande dei componenti! Così aveva conosciuto David e si erano piaciuti al primo sguardo; da lì pensare di vivere insieme era stato un passo facile e breve. Erano ormai insieme da qualche anno e ultimamente David, che faceva l’illustratore di libri per bambini, l’aveva avvisata che sempre più bambini mostravano problemi di digestione e malesseri relativi all’apparato digerente. Chiesero al loro gruppo se anche in altri parti del mondo stesse succedendo lo stesso e, sì, i casi erano in aumento ovunque. Ne parlavano i giornali, le televisioni, si confezionavano trasmissioni apposite frequentate da grandi luminari della medicina per trovare rimedi adatti, ma pareva che nulla funzionasse: i bambini stavano male di stomaco, vomitavano spesso. Dopo aver ascoltato l’ennesimo inutile programma Teresa e David lanciarono un messaggio al loro gruppo: «Usciamo allo scoperto!». Ci furono dubbi e titubanze ma alla fine tutti si convinsero: non potevano lasciare soffrire i bambini in questo modo! Da soli o in piccoli gruppi tutti i componenti del “Stodgy Lies” prepararono dei reel in cui raccontavano la loro vita, i loro problemi, la loro sofferenza a contatto con le bugie; Teresa e David prepararono manifesti in tutte le lingue che distribuirono in numerose grandi città e un libriccino illustrato in cui David mostrava con disegni molto efficaci le conseguenze delle menzogne sugli stomaci indipendenti.

Fu una specie di rivoluzione: iniziarono ad arrivare al gruppo messaggi da ogni parte del mondo di persone che volevano aderire e si formarono in tutte le nazioni associazioni contro le bugie. Sotto la bandiera NO.FA.V., il cui esatto acronimo era stato rivelato, si raccolsero migliaia di persone, così che la loro voce era ascoltata anche nei media più conosciuti. L’ unica regola da seguire era apparentemente semplice: «Devi sempre cercare e dire la verità!»; in realtà si era persa l’abitudine ad essere sinceri e pareva normale raccontare frottole, far finta di crederci e agire di conseguenza: solo che lo stomaco, da un certo punto in poi, aveva deciso di ribellarsi e lo aveva fatto nel modo più plateale possibile, così che non ci fossero dubbi su come la intendeva; agiva per conto suo, nei modi e momenti più impensati e anche imbarazzanti, così che si era stati costretti a tenerne conto. Teresa, con David e i loro amici, aveva dovuto preparare dei piccoli corsi per far capire come mettere d’accordo lo stomaco con pensieri e parole, e piano piano si stava diffondendo un diverso modo di stare al mondo, in accordo con se stessi, col proprio stomaco in particolare. Fatto sta che l’Educazione alla verità divenne uno degli obiettivi fondamentali che tutti i gruppi NO.FA.V. perseguivano, ottenendo notevoli risultati sia nella vita quotidiana delle famiglie, sia nelle scuole e nei luoghi di lavoro. E questo non andava bene a molti, per cui ci furono dimostrazioni e sommosse contro i NO.FA.V., capitanate da chi voleva manipolare le persone a suo piacimento senza essere scoperto. Ma di fatto la sindrome da allergia alle bugie si andava diffondendo in tutto il pianeta, e alla fine erano proprio i più accaniti nemici della verità che stavano peggio e venivano ricoverati in gravi condizioni. Qualcuno lanciò ai componenti del gruppo originario, “Stodgy Lies”, l’accusa di avere diffuso questo grave virus e vennero loro intentati dei processi interminabili. Si cercò anche di ucciderli in incidenti costruiti ad arte, ma le persone che stavano meglio dopo aver compreso la parola d’ordine del gruppo: «Le bugie sono veleno!», attiravano nel movimento familiari parenti e amici così che i NO.FA.V. si diffondevano a macchia d’olio. Certo, avevano molti nemici, i loro siti vennero danneggiati e manipolati dai Servizi Segreti e alcuni scienziati analizzarono il DNA di bambini con questa sindrome per cercare un valido antidoto.

Ma non poterono nulla, perché in realtà non c’era nulla da scoprire o trovare: semplicemente lo stomaco ragionava in autonomia e “sentiva” le frottole, qualsiasi forma o colore avessero, reagendo in modo adeguato ad ogni fandonia.

E quindi non restava altro da fare: l’unica vera cura era essere sinceri. 

da BIRKAMA' E ALTRE PCCOLE UTOPIE di Loredana Amalia Ceccon 

#loredanaamaliaceccon #sentieridellogosblogspot.com #racconti #NO.FA.V. #Birkamàealtrepiccoleutopie

domenica 16 febbraio 2025

 

  Pensieri

 

Chiesa del Santo Volto a Torino

Un doveroso omaggio

 


 Chiesa del Santo Volto a Torino, oggi ore 9 circa, poca gente in attesa della messa.

Mi siedo, sistemo il cellulare perché non disturbi e poi, mentre il coro fa le sue prove, mi guardo intorno.

Non è la prima volta che partecipo qui alla messa, da circa tre anni è questa la nostra chiesa di riferimento, vicina a dove abitiamo.

Ne avevamo già apprezzato l’architettura esterna, che si fonde con l’archeologia industriale della zona e pare vegliata dal grande dinosauro ferrato stagliato sopra il Parco Dora: un progetto ardito dell’architetto Mario Botta, indicativo del cammino necessario alla Chiesa contemporanea: cercare e trovare forme adeguate al mondo contemporaneo, anche mettendo in campo risorse importanti, perché l’arte ha una funzione profetica che va salvaguardata, come ha ricordato anche papa Francesco nel Giubileo degli artisti.

Ma oggi, nella pausa di tempo che ho potuto gustare, l’interno della chiesa mi è finalmente apparso in tutta la sua meraviglia.

Gli arredi, scarni e spartani, lasciano completamente spazio alla luce irrorata dalla cupola in grandi raggi e, mentre lo sguardo segue il dinamismo delle luci e delle ombre, emergono una alla volta le forme geometriche solide e piane che ne compongono la struttura: piramidi parallelepipedi sfere e semisfere cilindri e cubi, rettangoli cerchi triangoli e quadrati si diffondono in tutti gli spazi della chiesa, alternandosi e richiamandosi in una sinfonia di misure. Si rivela così un linguaggio armonioso, che richiama inevitabilmente le geometrie di cui si compone la natura, le stesse che prendono vita nel nostro corpo e che si moltiplicano nello spazio siderale in cui viaggiamo verso un destino solo intuito.

Questo cosmo di cui siamo parte e che noi stessi siamo si specchia nel lucido tabernacolo a destra dell’altare. Lì il celebrante o il ministrante, prima di prendere le ostie che vi sono conservate, vede il proprio volto riflesso, volto di uomo o di donna, volto sacro come quello che si trova sul fondo della chiesa.

La danza delle geometrie rapisce la mente e lo spirito, si fa contemplazione e preghiera di lode per questo inaudito legame fraterno fra le nostre geometrie e quelle degli oggetti delle piante delle persone che con noi partecipano al gesto liturgico della messa, immersi in una creazione architettonica che si fa, con noi, liturgia cosmica.

Un’esperienza bellissima. 

 

 

#ChiesaSantoVoltoTorino #archeologiaindustriale #ParcoDora #contemplazione #LoredanaAmaliaCeccon #sentieridellogos@gmail,com    


domenica 19 gennaio 2025

 Pensieri

 

LE NOZZE DI CANA (Gv 2, 1-11)

 

 

Una pagina di Vangelo sorprendente: l'inizio dei segni di Gesù.

Comincia con una festa, una festa di nozze, un futuro di vita nuova che si apre e che da subito, duante la festa stessa, mostra inciampi possibili: il vino non basta. 

Quel rosso liquido che scendendo nel corpo lo scalda e gli dà l'ebbrezza dell'allegria, del distacco da una quotidianità pesante e banale, anche solo per poco tempo, è venuto a mancare troppo presto, prima ancora che la festa terminasse e gli invitati, sazi e soddisfatti, se ne siano andati. 

La festa rischia di terminare in malo modo; l'unico ricordo degli sposi e degli invitati potrebbe essere la mancanza finale. Maria se ne accorge, lo comunica al figlio, che comprende il segreto legame della madre con lo Spirito e per questo agisce: lo Spirito che abita la madre e il figlio vuole aprirsi a tutti quelli che partecipano alla festa, vuole che la festa sia bella fino in fondo, che nessun ricordo amaro funesti l'inizio di un futuro diverso. 

E così si compie il dono: il vino finale è il migliore, il più buono, quello che altri avrebbero servito per primo e che Gesù ci fa trovare per ultimo.

Mi piace pensare alle nozze di Cana come un invito a nozze anche per noi, che la vita stessa sia un invito a nozze e che così dovremmo viverla: le nostre nozze, quelle di altri, tutti insieme in una grande festa dove il vino, ciò che di grato ci viene dato, allenta le tensioni, addolcisce gli animi, rende il tempo amabile e gioioso: il vino, rosso come il cuore, come l'amore appunto.

Ma la notizia più bella di questa pagina è che il meglio arriva quando non te lo aspetti, quando la festa sta per estinguersi e tutti stanno per salutarsi: proprio in quel momento ci viene porta l'offerta più grata, la gioia più piena: non lo sapevamo, non lo sospettavamo neanche lontanamente, ma è proprio lì che il meglio si compie: alla fine.

Proviamo a ricordarcelo.

 

#nozzediCana #Gv2,1-11 #LoredanaAmaliaCeccon #sentieridellogos@blogspot.com

  

 

 

giovedì 2 gennaio 2025

 Immagin-azione

 


 

Scrivo poesie da molto tempo, ma questa è la prima raccolta che pubblico dopo la Silloge “Occhi di donna”.

Sono qui riunite piccole poesie degli ultimi anni, segnati da una storia globale sempre più complessa e da una storia personale che si avvia all’ultimo tratto di strada.

Poesie per caso, come amo dire, ritmi e parole suscitati dai fatti della vita.

Poesie per incontrarsi, per sapere e ricordare che una musica, un’armonia, sempre può destarsi dal profondo e aprirci ad un abbraccio fraterno, per essere meno soli.

La dedico a tutti noi.

L.A.C.

EPPURE

Eppure ci sono angeli,

che stanno nelle nicchie

del cuore e cantano

con voce d'argento

per lenire il dolore.


Abitano i luoghi vuoti,

le speranze deserte,

gli amori desolati

di chi scorre da solo

nella barca del tempo.

(pg. 6)



#labarcaelafunepoesie #youcanprint #loredanaamaliaceccon #sentieridellogosblogspot.com

domenica 8 dicembre 2024

 

 

Pensieri

DOVE SEI?

  

 Oggi, in occasione della festa dell’Immacolata Concezione, la Chiesa ci ha proposto due letture: Genesi 3,9-15-20 e Luca 1, 26-38 sulle quali vorrei formulare alcuni pensieri.

Non sono una biblista, perciò quello che dirò è frutto di una meditazione personale.

La lettura di questo racconto di Genesi 3 mi ha sempre lasciata perplessa, ed ora più che mai. Vi si racconta ciò che accade dopo che Adamo ed Eva hanno mangiato il frutto proibito e la narrazione mette in campo una relazione gerarchica: il Signore si rivolge prima di tutto all’uomo, chiedendogli ragione del suo atto; solo di fronte all’accusa dell’uomo verso la donna, Egli si rivolge a lei, chiedendole spiegazioni. Infine, dopo la giustificazione di Eva, il Signore fa ricadere la maledizione sul serpente e pronuncia il castigo sull’umanità, ben distinguendo le parti dell’uomo, della donna e del serpente.

Certo, è ormai assodato che si tratta d un “racconto di origine”, cioè del tentativo di spiegare il perché di una certa realtà che si riscontra come inevitabile, in questo caso la presenza del male nel mondo. La modalità del racconto è quindi di tipo “mitico”.

Il riconoscimento di questo fatto ha in parte alleggerito il peso di colpa attribuito per secoli alla donna nei confronti dell’uomo: perché nel racconto di Genesi è lei in fondo la causa della perdizione, dato che ha dato retta al serpente, la parte animale e oscura del suo essere, trascinando al peccato anche l’uomo.

Questa lettura colpevolizzante è oggi occultata, anche se agisce ancora in molteplici stereotipi che si riferiscono alla relazione uomo-donna e, nella storia anche presente, in un certo senso giustifica la sopraffazione dell’uomo nei confronti della donna: credo sia necessario riconsiderare il peso culturale che certe letture possono avere ancora oggi nella costruzione della mentalità che sotterraneamente viene agita nelle relazioni.

Certo, la Chiesa poi ha riferito a Maria e alla venuta di Cristo l’immagine finale del racconto, in cui pare che la donna schiaccerà la testa al serpente.

Ma dov’è l’uomo in questa azione? La lotta si svolge solo tra la donna e il serpente e l’uomo ne è esentato? L’ambiguità nella quale è mantenuto il proseguimento della storia mi pare corrisponda ai canoni della formazione ebraica più che a quella cristiana, e quindi necessiterebbe di una più seria mediazione per essere presentata ai fedeli cristiani.

Il racconto dell’Annunciazione di Luca, unico evangelista non ebreo, non contiene in nessun modo l’idea di una relazione tra la donna e la presenza del male, anzi: la figura di Maria appare, nel racconto lucano, veramente rivoluzionaria. Una giovane donna intrattiene direttamente un dialogo col divino e da questo scaturiscono delle conseguenze concrete, la gravidanza e il parto, che Maria non assume con leggerezza ma chiedendone ragione e conto al messaggero di Dio, il quale le porta giustificazioni e prove attraverso le quali Maria giunge al consenso.

Maria, la giovane donna, è protagonista responsabile all’interno della narrazione, a differenza di Eva nel racconto genesiaco, mostrando la profonda differenza tra la mentalità ebraica dell’Antico Testamento e la novità cristiana formatasi nell’ambito dello stesso popolo ebreo e condensatasi nel Nuovo Testamento: se è vero che non si possono smentire i legami che uniscono le due fedi, mi pare però urgente oggi riscoprire le radici dell’autentica rivoluzione che il messaggio di Cristo ha portato al mondo: la relazione di Cristo con le donne nei Vangeli è una testimonianza del valore che Egli attribuisce a queste figure nel portare avanti il suo annuncio del Regno. Purtroppo la divinizzazione di Maria non ha portato con sé questo radicale cambiamento nella relazione tra uomini e donne; anzi spesso la valorizzazione della donna porta con sé un contrasto, una lotta, una contrapposizione insensata fra generi diversi, che nel cristianesimo non avrebbe mai avuto ragione di esistere.

Se di Immacolata Concezione vogliamo parlare, a mio parere dobbiamo spostare l’attenzione dal piano puramente fisiologico, del quale non abbiamo altro strumento per parlarne che la fede, al piano del concepimento di una assoluta novità nella storia umana, che deve ancora prendere coscienza della propria identità singolare nei confronti dei propri antenati ebraici: è necessario portare a chiarezza e compimento quegli assunti presenti già duemila anni fa e che oggi diventa urgente appropriarsi come contenuti della propria vita nel mondo e nelle relazioni: il rispetto reciproco tra donna e uomo, il superamento di relazioni gerarchiche a favore di una fraternità basata sulla suddivisione dei compiti a servizio dei fratelli, il sentirsi parte di una realtà naturale e cosmica i cui elementi ci costituiscono e di cui siamo responsabili, nella consapevolezza che tutto questo è possibile attingerlo nell’interiorità in cui è salvaguardata la nostra origine, che è al contempo naturale e spirituale, mistica.

E allora, alla domanda del Signore nell’Antico Testamento: “Dove sei?”, non risponderemo più: “Mi sono nascosto perché ero nudo!”, ma diremo: “Signore, eccomi, sono qui, ora, viviamo insieme in questo paradiso!” 

#Genesi3 #Peccatooriginale #ImmacolataConcezione #VangelodiLuca #LoredanaAmaliaCeccon #sentieridellogos@blogspot.com 

 



martedì 3 dicembre 2024

 

Immagin-azione

 GUARDAMI, ORA!


Sono laghi, gli occhi,

dove leggere barchette

pescano sogni

e le guance, colline

per le corse sui prati.

Di corallo è la bocca,

aperta su grotte

dalle vie misteriose.

Delfini danzano

sul mio seno,

mentre partono dalle braccia

uccelli d'ogni colore,

lasciandomi piene di piume

le mani.

Nel mio ventre

scoiattoli dalle lunghe code

saltano

su alberi immensi

e le ginocchia sono rocce,

schizzate di sorgenti

che corrono ratte 

alle pianure vaste 

dei piedi.


E dentro,

lì in fondo,

nascosto nel buio,

il cuore canta

e grida e danza,

per dirti che ancora 

c'è spazio per amare.

 

#poesia #Guardamiora #LoredanaAmaliaCeccon #sentieridellogos@blogspot.com 


domenica 30 giugno 2024

 

Sentieri

 

SINCRONICITÀ

 


Nella memoria di ciascuno di noi si conservano ricordi di momenti che a volte abbiamo definito “magici” e che hanno dato un corso differente ad alcune nostre importanti decisioni, momenti accaduti quasi in riposta ad una nostra domanda inespressa, ad una ricerca che pareva senza sbocchi, ad un bisogno di cui noi stessi non sapevamo definire i contorni. Coincidenze sul piano fattuale relative ad un nostro dinamismo psichico, che abbiamo interpretato come “segni”, attraverso i quali leggere indicazioni per un percorso che dovevamo intraprendere. Pur apparendo casuali, quei momenti mostravano un legame profondo con la nostra esistenza e quella di coloro che ci stavano accanto e hanno determinato atti significativi del nostro destino.

Questi momenti, nel linguaggio psicologico, vengono definiti “sincronicità”.

Nel libro “Sincronicità”1 l’astrofisico Massimo Teodorani, con un linguaggio accessibile, cerca di avvicinarci agli studi compiuti dal grande psicologo Carl Gustav Jung in collaborazione col fisico quantistico, premio Nobel, Wolfgang Pauli, sull’inconscio collettivo e la sincronicità.

Il loro lavoro di ricerca ci mostra che non esiste materia senza spirito e che la sincronicità ci mette in relazione con l’origine sostanzialmente spirituale di cui l’universo è fatto, poiché materia e spirito nell’infinitamente piccolo mostrano la loro indissolubilità, che fonda la nostra libertà e creatività.

Il mondo quantico nella sua intima natura mostra che il grande disegno che regola l’universo nella sua totalità è in realtà una danza infinita, in cui tutte le particelle che costituiscono la materia stessa sono tra loro sincronizzate e armonizzate in un continuum che va ben al di là del tempo e dello spazio. La matrice della nostra realtà è spirituale, mentre la nostra realtà è anche come noi possiamo e vogliamo crearla, dal momento che proprio gli eventi sincronici sembrano ricordarci che noi non siamo passivi osservatori di un freddo universo a orologeria, ma anche attori della creazione. La nostra psiche è quel mezzo che ci permette ad ogni momento di ricordare chi siamo e di cosa siamo parte, e per uno strano meccanismo essa sembra coincidere con la materia nelle forme più elementari come le rileviamo nel mondo dei quanti.2

La sincronicità, fenomeno studiato in modo particolare da Jung, consiste nella coincidenza tra un fatto psichico e un evento, legati da un significato, spesso simbolico, comprensibile a chi ne fa esperienza. La decodifica del senso racchiuso in tale esperienza ha spesso delle conseguenze significative nella vita di coloro a cui accade. È quindi un fatto che mostra con evidenza il legame esistente tra il mentale e il materiale, senza che si possa ricondurlo alle leggi di causalità o a una intrinseca razionalità: la logica che lo sostiene si esprime con connessioni che rimandano ad una realtà differente da quella immediatamente localizzabile dal punto di vista fisico e si esprime attraverso forme archetipiche e simboliche.

Il fisico quantistico, premio Nobel, Wolfgang Pauli ha sperimentato personalmente questo tipo di fenomeni e si è reso conto che essi mostravano una affinità con il modo di relazionarsi delle particelle quantiche, particolarmente con quel “principio di esclusione” per cui in uno stato quantico è presente l’antisimmetria contemporaneamente alla simmetria, sono cioè contemporaneamente in atto sia il principio di causalità, che permette una sicura previsione, che quello di a-causalità che determina una diversa generatività ed è solo probabilistico. La simmetria dirige il cosmo verso l’entropia, mentre l’ anti-simmetria ne riequilibra le sorti con la negh-entropia: questa danza tra le due realtà rivela un superiore equilibrio nell’universo, che appare in questo modo come un eterno e armonico generarsi.

L’a-causalità degli avvenimenti sincronici viene quindi compresa alla luce della meccanica quantistica e mostra la matrice da cui prendono forma entrambi:

[…] Pauli aveva intuito in maniera profonda e sicura che quella matrice invisibile in grado di tenere assieme il mondo è proprio l’inconscio collettivo, a cui l’inconscio personale accede occasionalmente attraverso sogni carichi di significato e tramite le sincronicità[…]. E non esiste un solo spirito e un solo pezzo di materia esistenti individualmente, ma esistono infiniti pezzi di materia-spirito i quali sono tra loro interconnessi e sincronizzati in unico tutto. Allora quella che crediamo sia la nostra psiche non è la nostra psiche, ma la nostra capacità di connetterci ad una grande matrice universale che ci unisce tutti. L’ego, la separazione, la distinzione tra oggetti e particelle sono tante parti di un’unica danza senza fine, ma prese separatamente come enti disgiunti esse sono solo un’illusione. Un’illusione è il nostro stesso ego.3

L’inconscio collettivo costituisce quindi il mezzo attraverso cui possiamo metterci in contatto con la danza cosmica nella quale l’origine dell’universo si mette in opera e le sincronicità che sperimentiamo nelle nostre esistenze ne sono l’emergenza.

Seguendo il pensiero del medico endocrinologo indiano Deepak Chopra, Teodorani ci dice:

Pertanto quando noi viviamo la nostra vita imparando a cogliere le sincronicità che ci capitano e a comprenderne il profondo significato che esse celano, noi impariamo a connetterci con un campo di infinite possibilità. […] Chopra ritiene che se l’uomo è in grado di capire che questa magia non è una fantasia, ma può divenire realtà dentro di noi, allora noi siamo nella condizione di poter seguire quello che lui chiama “sincrodestino”, nell’ambito del quale tutti i nostri desideri possono materializzarsi spontaneamente. Ciò non avviene con un colpo di bacchetta magica, ma solo perché sincronizzandoci con il flusso del nostro destino, noi stessi ne diventiamo creatori.4

Si tratta quindi di vivere la nostra vita con la consapevolezza che non siamo isole disperse in un oceano infinito, ma parte di quello stesso oceano e che la possibilità di fare emergere delle terre dipende dalla nostra relazione con il tutto di cui facciamo parte. Nel momento in cui perdiamo questa connessione o inconsciamente ne siamo alla ricerca, accadono dei fatti che ci permettono di riannodare il filo interrotto o disperso: sono le sincronicità.

La possibilità di rendersene consapevoli e la capacità di leggerne i significati sono alla portata di chiunque desideri sinceramente intraprendere un cammino di connessione con la propria origine, nelle forme proprie di ogni differente storia: insieme, diventeremo concreatori del nostro destino e di quello del mondo che abitiamo.

1 M. Teodorani, Sincronicità. Il legame tra fisica e psiche da Pauli e Jung a Chopra.Macro, 2006, 2020, Cesena (Fc).

2 Ivi, 5-6.

3 Ivi, 62.

4 Ivi, 115.

#Sincronicità #TeodoraniMassimo #CarlGustavJung #WolfagangPauli #DeepakChopra #destino #libertà #creastività #LoredanaAmaliaCeccon #sentieridellogos@blogspot.com

sabato 15 giugno 2024

 

Pensieri

Un fico maledetto


 

«La mattina seguente, passando, videro l’albero di fichi seccato fin dalle radici. Pietro si ricordò e gli disse: “Maestro, guarda: l’albero di fico che hai maledetto è seccato.” Rispose loro Gesù: “Abbiate fede in Dio! In verità io vi dico: se uno dicesse a questo monte: Lévati e gettati nel mare, senza dubitare in cuor suo, ma credendo che quanto dice avviene, ciò gli avverrà. Per questo vi dico; tutto quello che chiederete nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi accadrà. Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi le vostre colpe.» (Mc 11, 20-26).

Questa pagina di Marco è davvero sorprendente, per diversi motivi.

Nel vangelo di Marco, il primo scritto da cui tutti gli altri hanno attinto, ci mostra Gesù che proclama la manifestazione del Regno di Dio e la sua potenza attraverso l’opera di miracoli fisici e spirituali, compiuti su persone che, esplicitamente o meno, li richiedono. Spesso si mostra come l’annuncio e i gesti di Gesù siano preceduti da momenti di solitudine e preghiera protratti anche per lungo tempo. Vi è dunque un legame profondo tra la preghiera di Gesù e la manifestazione della sua potenza.

Qui però la situazione è diversa: Gesù aveva cercato dei fichi fuori stagione, perché aveva fame, e aveva trovato solo foglie: per questo maledice il fico, che il giorno dopo appare ai discepoli completamente seccato. È forse l’unica volta in questo vangelo in cui Gesù pronuncia una vera e propria maledizione e possiamo così renderci conto della sua terribile efficacia: la regola diceva che non era tempo per il fico di emettere frutti, ma Gesù glieli ha chiesti comunque; con le sue mani che avevano guarito molti ha cercato un frutto, ma il fico non ha voluto saperne, non ha riconosciuto la relazione che si stava aprendo tra lui e Gesù, è rimasto chiuso in sé e nella sua regola.

Per questo Gesù lo maledice: il fico non lo ha voluto riconoscere, ha commesso un peccato contro lo Spirito, proprio l’unico peccato che non sarà perdonato in eterno, e per questo la vita in lui viene seccata, tolta.

Gesù tratta il fico come una creatura con cui stabilire un rapporto, lo guarda, si avvicina, cerca, poi gli si rivolge direttamente e gli parla, annunciandogli la conseguenza del suo atteggiamento di estraneità.

Questo episodio è uno di quelli che ci mette in evidenza la profonda relazione che sussiste tra ciò che comunemente chiamiamo “materia” e lo spirito che vivifica. Non vi è vita senza spirito.

Ma questo breve brano va ancora oltre e dice, tra le altre, due cose importantissime: il legame fortissimo tra il mondo esterno e quello interno, perché ciò che crediamo senza dubitare si avvera, e il fatto che la preghiera, il tempo in cui ci immergiamo nel dialogo col mistero da cui siamo originati, è il luogo che rende tutto possibile, a condizione che la nostra relazione con chi condivide la nostra vita sia improntata alla misericordia.

Tutto dunque è possibile a chi crede, se la richiesta è formulata alla luce della misericordia, alla luce del legame divino originario di cui ogni persona e ogni cosa sono portatori.

Purtroppo viviamo questa vita da increduli, lontani dalla preghiera e dalla misericordia, senza riconoscere lo spirito che ci viene incontro nei fatti, nelle persone, nelle cose di ogni giorno, abitate dalla potenza creativa dell’origine di cui anche ciascuno di noi è portatore, come ci mostra Gesù in questo breve episodio narrato da Marco: il Regno di Dio è già qui, tra noi, e l’annuncio di Gesù ci chiede di riconoscerlo, di non essere sordi alla sua presenza e alla sua parola come il fico, infine secco e senza vita.

Questa breve narrazione, che include anche la cacciata dei mercanti dal tempio, costituisce un piccolo sommario di ciò che Gesù ha annunciato fino a quel momento e ne esplicita il senso profondo per ciascuno di noi, indicandoci la prospettiva da cui far originare le nostre scelte: la vera fede non è una banale credenza in questo o quello, ma la certezza di una potenza in atto nell’universo a cui tutti siamo chiamati a partecipare. 

#VangelodiMarco #Gesù #ilficomaledetto #materiaespirito #preghiera #misericordia #Regno diDio #fede #potenza #LoredanaAmaliaCeccon #sentieridellogos.blogspot.com

domenica 9 giugno 2024

 

Pensieri


LEGGERE I VANGELI, CON OCCHI NUOVI

 


Afflitta da una razionalità onnivora e onnipresente mi sono cullata per anni nel pensiero che i racconti evangelici fossero delle elaborazioni psichiche di una relazione felice, interrotta con violenza, tra un leader religioso, Gesù, e i suoi discepoli.

Lo choc, la delusione, il dolore, hanno indotto i seguaci di questo predicatore a elaborare in modo mitico, attingendo a schemi e figure note, la loro esperienza, così che essa potesse avere un seguito, potesse continuare nonostante la scomparsa del capo carismatico.

Si trattava allora di dare una diversa consistenza alla fede, o forse meglio dire credenza, che aveva accompagnato i miei anni giovanili con l’illusione di una presenza spirituale cordialmente attenta ai miei passi, alle mie scelte. Si è aperta così la strada del pensiero speculativo, della filosofia, non avvicinata in modo sistematico ma sbocconcellata seguendo tracce e direzioni di volta in volta indotte dall’esperienza.

La conoscenza diretta portata dall’esperienza è diventata sempre più la bussola interna ed esterna che mi ha permesso di districarmi nei meandri di pensieri e narrazioni in cui ciò che certamente veniva perduto era il criterio di verità, poiché chiunque possedesse un discreto bagaglio di abilità era in grado di affermare qualunque cosa e il contrario di essa, portando prove a favore e contro. L’avvento massiccio dell’AI non ha fatto che confermare la necessità di individuare un fondamento di riferimento su cui basare un percorso di pensiero e questo è per me l’esperienza interiore che ho potuto attingere grazie a felici incontri.

Proprio alla luce di questa esperienza si è fatta man mano strada la consapevolezza della necessità di ripensare il nostro modo di concepire ciò che chiamiamo “materia” e “corpo”, che sono il luogo della nostra vita: l’idea che il corpo sia la prigione dell’anima, che la vita su questa terra sia un tempo di pena che ci verrà ripagato in un aldilà sperato, oppure che siamo frutto di un cieco caso (ma quanto logico e consequenziale!) che non ha criterio di bene o male e non ha altra psiche che la nostra, tutto questo dava alla vita un sapore amaro e triste, le toglieva senso, mentre la voglia, il desiderio, la gioia di esistere nonostante tutto scoppiavano dovunque e in circostanze incredibili e impensabili dentro il mio percorso di vita, solitario ma insieme ad altri.

La materia non è quindi una “brutta cosa”, l’infimo gradino dell’essere che anela a risalire ad un grado più alto, infelice finché non lo avrà raggiunto. Non è neppure ciò che gli esseri umani devono lavorare per renderla degna di condividere con loro l’esistenza prima di esserne crudelmente assorbiti.

La materia è una continua offerta di vita, inabitata dallo Spirito, con la quale dobbiamo ancora imparare a metterci in sintonia.

Questo approdo del pensiero scaturito dalla mia esperienza mi ha indotto a rileggere con altri occhi le narrazioni evangeliche, che di colpo mi sono apparse, nella loro scarna esiguità, assolutamente portatrici di verità: Gesù Cristo ci ha rivelato attraverso le sue parole, i suoi miracoli, la sua morte e resurrezione, il segreto di una vita salvata dall’insensatezza e dall’inganno di mete meschine o irraggiungibili. È questa la liberazione portata dal messaggio cristiano: la vita è tutto ciò che abbiamo ed in essa scegliamo la qualità della nostra esistenza, presente e futura. Non vi è un’altra vita aldilà di questa ed è questa vita che continuerà ad essere dopo il passaggio di ciò che chiamiamo “morte”.

Ogni pagina di Vangelo è diventata per me illuminante da questo punto di vista e mi induce a considerare come unici, assolutamente fondamentali, tutti i fatti che accadono e che continuamente mi chiedono delle scelte alla luce di questa rivelazione: vita e verità coincidono e le parole di Gesù ci permettono di discernere quali atti, quali decisioni ci permettono di gustarne il senso profondo.

Apriamo dunque di nuovo le pagine dei Vangeli, non come un racconto mitico o psicologico, ma come portatrici di una rivelazione fondamentale per ognuno di noi. 

#razionalità #esperienza #materia #Vangeli #vita #verità #LoredanaAmaliaCeccon #sentieridellogos

giovedì 16 maggio 2024

 

Immagin-azione

 

DOPO

 

Quando è stata sepolta?”

Mi pare una settimana fa…”

Ah!”

L’uomo si stava velocemente avviando chissà dove, calpestando l’erba folta e verdissima . Si fermò di colpo e ripeté: “Ah!”.

Si portò davanti a lei, guardandola fissa: “Ma è troppo presto! Troppo presto!”, ripeté come se volesse sincerarsi di essere capito. Poi continuò:”Prima bisogna che tutto si sfaldi, che tutto torni semplice, perché così non ci sarà più peso. E poi allora sarà possibile vedere. Ora ancora no, ancora no.”

Ripeteva, insistendo su alcune parole.

Forse era meglio essere cremati…”

Ma non cambia niente, non cambia il tempo, non è come prima. Deve succedere lo sfaldamento, altrimenti non si riesce a nulla. Dimmi: cosa vedi?”. Era passato al tu.

Beh, vedo te, sei un uomo, con camicia bianca e pantaloni beige, e sei scalzo. La tua faccia non la vedo tanto bene, neanche i capelli...Però la voce la sento bene, è forte e chiara, capisco quel che mi dici…”

Ecco, va già bene se non vedi la mia faccia, tutto sta andando per il verso giusto. In realtà è ancora la tua abitudine che funziona, ma piano piano saprai che non sono così, che qui è tutto diverso da come era.”

Oh, mamma! E che succede?”

Stai tranquilla, non succede niente. Non c’è bisogno di agitarsi. Ora vado via, ma quando vuoi torno qui da te.” Poi era sparito.

Quando lo aveva visto gli aveva chiesto dove si trovava, se avrebbe potuto rivedere tutti gli altri e lui le aveva fatto quella strana domanda.

Non si ricordava quando era stata sepolta, forse non c’era già più lì, nel cimitero, quando era successo. C’era solo un vago ricordo di pianti e singhiozzi mentre si allontanava, ma sapeva che sarebbero passati: in fondo aveva più di novant’anni e tutto era già stato fatto. Era arrivata l’ora di andarsene. Un po’ le dispiaceva, non era stata così brutta la vita, ma adesso era tanto tanto stanca: il suo corpo voleva essere lasciato andare, e lei lo aveva lasciato, senza troppa pena.

Si era trovata lì, in quel magnifico prato verde, con il cielo più blu che mai avrebbe potuto immaginare, scalza. La cosa la colpiva perché le scarpe era quella parte di abbigliamento che le aveva sempre creato problemi, fin da piccola: le scarpe erano davvero scomode, anche se alcune erano proprio belle a vedersi, ma tant’è, aveva dovuto rassegnarsi a portarle.

E ora...scalza! Eppure gliele avevano messe le scarpe nel sarcofago, no, nella bara, perché aveva già preparato tutto e i figli erano bravi ed obbedienti. Certo che si sentiva strana: non riusciva a toccarsi, a vedere le parti del suo corpo, mentre i pensieri sembravano diventare più facili, più leggeri, quasi evanescenti. Una settimana...ma ora non sapeva nemmeno più cosa fosse una settimana: una parola, senza più senso.

Si era messa a sedere nell’erba, un po’ confusa, sotto quel cielo che non cambiava mai C’erano però pensieri che restavano, sensazioni, sentimenti che anzi tornavano a trovarla dopo tanto tempo, vividi e presenti come vissuti in quell’istante, tutti insieme. Che meraviglia! Non si era perduto niente!

Poi di nuovo era arrivata la voce, di quell’uomo di prima, le sembrava di averla già sentita, tempo fa, ma non riusciva a metterla a fuoco, le pareva quasi di conoscerla…

Ciao! Come stai? Sono io…”

Saltò su di scatto, o almeno così credeva.

La sua voce! Lui!

Tu! Sei tu! Oh caro!”.

Sì, era proprio lui: quanto le era mancato!

Di colpo un forte abbraccio l’aveva avvolta e l’abbaiare di tre cani col ronfare di tre gatti vibrava proprio sopra i suoi piedi nudi: li conosceva, li conosceva tutti!

Andiamo adesso. Abbiamo tanto da fare. Seguimi.”

Certo, lo avrebbe seguito: tutto di lei si mise in movimento, mentre l’erba verdissima e il cielo azzurro si disfacevano a poco a poco sotto e sopra di lei.

Erano di nuovo insieme, finalmente.

O forse lo erano sempre stati... 

 

da "Birkamà e altri racconti. Piccole utopie." di Loredana Amalia Ceccon. Inedito.

#Dopo #Racconti #Immagin-azione #LoredanaAmaliaCeccon #sentieridellogos.blogspot.com

 

iniziamo

  Pensieri   Uno psicologo nel lager Viktor E. Frankl Da parecchio tempo non scrivo recensioni, perché l’urgenza dei fatti ha spes...