Visualizzazione post con etichetta Sentieri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Sentieri. Mostra tutti i post

domenica 30 giugno 2024

 

Sentieri

 

SINCRONICITÀ

 


Nella memoria di ciascuno di noi si conservano ricordi di momenti che a volte abbiamo definito “magici” e che hanno dato un corso differente ad alcune nostre importanti decisioni, momenti accaduti quasi in riposta ad una nostra domanda inespressa, ad una ricerca che pareva senza sbocchi, ad un bisogno di cui noi stessi non sapevamo definire i contorni. Coincidenze sul piano fattuale relative ad un nostro dinamismo psichico, che abbiamo interpretato come “segni”, attraverso i quali leggere indicazioni per un percorso che dovevamo intraprendere. Pur apparendo casuali, quei momenti mostravano un legame profondo con la nostra esistenza e quella di coloro che ci stavano accanto e hanno determinato atti significativi del nostro destino.

Questi momenti, nel linguaggio psicologico, vengono definiti “sincronicità”.

Nel libro “Sincronicità”1 l’astrofisico Massimo Teodorani, con un linguaggio accessibile, cerca di avvicinarci agli studi compiuti dal grande psicologo Carl Gustav Jung in collaborazione col fisico quantistico, premio Nobel, Wolfgang Pauli, sull’inconscio collettivo e la sincronicità.

Il loro lavoro di ricerca ci mostra che non esiste materia senza spirito e che la sincronicità ci mette in relazione con l’origine sostanzialmente spirituale di cui l’universo è fatto, poiché materia e spirito nell’infinitamente piccolo mostrano la loro indissolubilità, che fonda la nostra libertà e creatività.

Il mondo quantico nella sua intima natura mostra che il grande disegno che regola l’universo nella sua totalità è in realtà una danza infinita, in cui tutte le particelle che costituiscono la materia stessa sono tra loro sincronizzate e armonizzate in un continuum che va ben al di là del tempo e dello spazio. La matrice della nostra realtà è spirituale, mentre la nostra realtà è anche come noi possiamo e vogliamo crearla, dal momento che proprio gli eventi sincronici sembrano ricordarci che noi non siamo passivi osservatori di un freddo universo a orologeria, ma anche attori della creazione. La nostra psiche è quel mezzo che ci permette ad ogni momento di ricordare chi siamo e di cosa siamo parte, e per uno strano meccanismo essa sembra coincidere con la materia nelle forme più elementari come le rileviamo nel mondo dei quanti.2

La sincronicità, fenomeno studiato in modo particolare da Jung, consiste nella coincidenza tra un fatto psichico e un evento, legati da un significato, spesso simbolico, comprensibile a chi ne fa esperienza. La decodifica del senso racchiuso in tale esperienza ha spesso delle conseguenze significative nella vita di coloro a cui accade. È quindi un fatto che mostra con evidenza il legame esistente tra il mentale e il materiale, senza che si possa ricondurlo alle leggi di causalità o a una intrinseca razionalità: la logica che lo sostiene si esprime con connessioni che rimandano ad una realtà differente da quella immediatamente localizzabile dal punto di vista fisico e si esprime attraverso forme archetipiche e simboliche.

Il fisico quantistico, premio Nobel, Wolfgang Pauli ha sperimentato personalmente questo tipo di fenomeni e si è reso conto che essi mostravano una affinità con il modo di relazionarsi delle particelle quantiche, particolarmente con quel “principio di esclusione” per cui in uno stato quantico è presente l’antisimmetria contemporaneamente alla simmetria, sono cioè contemporaneamente in atto sia il principio di causalità, che permette una sicura previsione, che quello di a-causalità che determina una diversa generatività ed è solo probabilistico. La simmetria dirige il cosmo verso l’entropia, mentre l’ anti-simmetria ne riequilibra le sorti con la negh-entropia: questa danza tra le due realtà rivela un superiore equilibrio nell’universo, che appare in questo modo come un eterno e armonico generarsi.

L’a-causalità degli avvenimenti sincronici viene quindi compresa alla luce della meccanica quantistica e mostra la matrice da cui prendono forma entrambi:

[…] Pauli aveva intuito in maniera profonda e sicura che quella matrice invisibile in grado di tenere assieme il mondo è proprio l’inconscio collettivo, a cui l’inconscio personale accede occasionalmente attraverso sogni carichi di significato e tramite le sincronicità[…]. E non esiste un solo spirito e un solo pezzo di materia esistenti individualmente, ma esistono infiniti pezzi di materia-spirito i quali sono tra loro interconnessi e sincronizzati in unico tutto. Allora quella che crediamo sia la nostra psiche non è la nostra psiche, ma la nostra capacità di connetterci ad una grande matrice universale che ci unisce tutti. L’ego, la separazione, la distinzione tra oggetti e particelle sono tante parti di un’unica danza senza fine, ma prese separatamente come enti disgiunti esse sono solo un’illusione. Un’illusione è il nostro stesso ego.3

L’inconscio collettivo costituisce quindi il mezzo attraverso cui possiamo metterci in contatto con la danza cosmica nella quale l’origine dell’universo si mette in opera e le sincronicità che sperimentiamo nelle nostre esistenze ne sono l’emergenza.

Seguendo il pensiero del medico endocrinologo indiano Deepak Chopra, Teodorani ci dice:

Pertanto quando noi viviamo la nostra vita imparando a cogliere le sincronicità che ci capitano e a comprenderne il profondo significato che esse celano, noi impariamo a connetterci con un campo di infinite possibilità. […] Chopra ritiene che se l’uomo è in grado di capire che questa magia non è una fantasia, ma può divenire realtà dentro di noi, allora noi siamo nella condizione di poter seguire quello che lui chiama “sincrodestino”, nell’ambito del quale tutti i nostri desideri possono materializzarsi spontaneamente. Ciò non avviene con un colpo di bacchetta magica, ma solo perché sincronizzandoci con il flusso del nostro destino, noi stessi ne diventiamo creatori.4

Si tratta quindi di vivere la nostra vita con la consapevolezza che non siamo isole disperse in un oceano infinito, ma parte di quello stesso oceano e che la possibilità di fare emergere delle terre dipende dalla nostra relazione con il tutto di cui facciamo parte. Nel momento in cui perdiamo questa connessione o inconsciamente ne siamo alla ricerca, accadono dei fatti che ci permettono di riannodare il filo interrotto o disperso: sono le sincronicità.

La possibilità di rendersene consapevoli e la capacità di leggerne i significati sono alla portata di chiunque desideri sinceramente intraprendere un cammino di connessione con la propria origine, nelle forme proprie di ogni differente storia: insieme, diventeremo concreatori del nostro destino e di quello del mondo che abitiamo.

1 M. Teodorani, Sincronicità. Il legame tra fisica e psiche da Pauli e Jung a Chopra.Macro, 2006, 2020, Cesena (Fc).

2 Ivi, 5-6.

3 Ivi, 62.

4 Ivi, 115.

#Sincronicità #TeodoraniMassimo #CarlGustavJung #WolfagangPauli #DeepakChopra #destino #libertà #creastività #LoredanaAmaliaCeccon #sentieridellogos@blogspot.com

martedì 30 aprile 2024

 

Sentieri


Teilhard de Chardin: discesa nell’abisso




Nella nostra ricerca sul Mistico abbiamo parlato a più riprese dell’esperienza di abbandono di ogni certezza che affronta chi ha il coraggio di penetrare nella propria interiorità. Il cammino necessario per giungere al fondo di sé stessi viene narrato da molti santi e guide spirituali, poeti e artisti; raro è trovarne testimonianza in persone che abbiano dedicato la loro esistenza alla ricerca scientifica. È quindi grande l’interesse che riveste la narrazione di questa esperienza che il padre gesuita Teilhard de Chardin (Orcines, 1881- New York 1955), paleontologo affermato e uomo di scienza, ci ha presentato nel testo L’ambiente divino1: dentro di noi incontriamo il mistero della vita stessa e questo ci lascia in preda all'angoscia, alla vertigine dell'immensità che potrebbe disperderci nella molteplicità dell'esistente se, dal fondo del nostro stesso abisso, non sorgesse una voce che ci immette in una impensata comunione.  
...Dunque, per la prima volta forse nella mia vita (sebbene si ritenga che io mediti tutti i giorni!), ho preso la lampada e, lasciando la zona apparentemente chiara delle occupazioni e relazioni quotidiane, sono sceso nel più intimo di me stesso, in quell’abisso profondo dal quale sento confusamente emanare la mia capacità di agire. Ora, a mano a mano che mi allontanavo dalle evidenze convenzionali che illuminano superficialmente la vita sociale, mi rendevo conto che la mia vita profonda mi sfuggiva. A ogni gradino che scendevo, scoprivo in me un altro personaggio, di cui non potevo più dire il nome esatto, e che non mi obbediva più. E quando fui costretto a porre fine alla mia esplorazione perché la strada veniva meno sotto i miei passi, vi era, ai miei piedi, un abisso senza fondo dal quale scaturiva, venendo da chissà dove, il flusso che oso pur chiamare la mia vita2.
[...]Noi possiamo pure, progressivamente, delineare lungo il corso delle generazioni, le parziali antecedenze del torrente che ci travolge. E possiamo inoltre, con certe discipline o certi eccitanti, fisici o morali, regolarizzare o ampliare il varco attraverso il quale lo stesso torrente irrompe in noi. Ma né con quella geografia, né con questi artifici, riusciremo mai, sia con il pensiero che con la pratica, a captare le sorgenti della vita […]. In ultima analisi, la vita profonda, la vita fontale, la vita allo stato nascente, ci sfuggono assolutamente.
Tutto commosso dalla mia scoperta, ho voluto allora risalire verso la luce e dimenticare l’inquietante enigma nel confortevole ambiente delle cose ben conosciute, - ricominciare a vivere in superficie, senza più sondare imprudentemente gli abissi. Ma ecco che, sotto lo spettacolo stesso delle agitazioni umane, l’Ignoto al quale volevo sfuggire è riapparso ai miei occhi ormai divenuti attenti. Questa volta, non si nascondeva più in fondo a un abisso; si dissimulava nell’intreccio vario e complicato dei casi che tessono la stoffa dell’Universo e della mia piccola individualità. Ma era proprio lo stesso mistero: io l’ho riconosciuto.
[…] Ho provato la vertigine quando ho preso coscienza di essere un altro, anzi un altro più grande di me. Ma l’ho provata anche di fronte alla suprema improbabilità, alla formidabile inverosimiglianza di trovarmi esistente, in seno a un Mondo ben riuscito. In quel momento, come chiunque vorrà tentare la stessa esperienza interiore, ho sentito su di me incombere la disperazione essenziale, quella dell’atomo smarrito nell’Universo, la stessa disperazione che, tutti i giorni, fa affondare tante volontà umane sotto il numero schiacciante dei viventi e degli astri. E se qualche cosa mi ha salvato, è stata solo la voce evangelica, riconfermata da tanti successi divini, la voce che, dal profondo della notte, mi diceva:«Ego sum, noli timere.» (Sono io, non avere paura.)3.

1T. de Chardin, L’ambiente divino, Il Saggiatore di Alberto Mondadori Ed., Milano 1968.

2Ivi, 73.

3Ivi, 74-75.

#TeilharddeChardin #L'ambientedivino #abisso #vertigine #vocenellanotte #IlMistico #teologia #filosofia #spiritualità #LoredanaAmaliaCeccon #sentieridellogos.blogspot.com

 

lunedì 2 ottobre 2023

 

Sentieri


Il mondo: un processo immaginativo 

 


Franco Fabbro, Neuropsicologia dell’esperienza religiosa, Astrolabio-Ubaldini, Roma 2010

La caratteristica più importante del linguaggio, secondo Jerison, non è tanto il suo ruolo nella comunicazione sociale quanto la sua efficacia nella capacità di evocare immagini mentali. A suo parere, gli esseri umani hanno la necessità di utilizzare il linguaggio più per raccontare storie che per dare informazioni, spiegazioni o fare richieste. Ciò è possibile perché il linguaggio si è evoluto al centro di un insieme di aree associative che permettono di integrare, al più alto livello di elaborazione, tutte le informazioni. L’uso del linguaggio, la fabbricazione degli strumenti e la consapevolezza della propria morte rappresentano negli esseri umani, antichi e moderni, una nuova modalità di rappresentazione dello “spazio percettivo” nella quale il tempo, oltre a possedere la dimensione del presente, può assumere anche la dimensione del passato e del futuro. Se, come abbiamo visto, il mondo “reale” dei mammiferi è il prodotto di un processo immaginativo, il mondo reale degli esseri umani diventa dunque il prodotto di un processo immaginativo al quadrato (p.83).

Il professor Franco Fabbro, docente ordinario di psicologia clinica presso l’Università di Udine, vanta una preparazione che spazia dalla filosofia alla formazione in ambito neurofisiologico, neurolinguistico e neuropsicologico, fino a giungere a seri studi in esegesi biblica. Si tratta quindi di una persona la cui ricerca è in grado di esprimersi con competenza nella linguistica, nella letteratura, nella religione, mettendole sapientemente in relazione con i dati scientifici più aggiornati che riguardano la conoscenza del cervello e dei suoi meccanismi.

Abbiamo riportato sopra la conclusione del capitolo 5, L’evoluzione del cervello, della prima parte del libro, Il cervello religioso. In questo capitolo veniamo condotti nei labirinti dell’evoluzione che coinvolgono i viventi e che trovano nel cervello umano delle espressioni specifiche, in cui la costruzione dell’immagine ha un ruolo fondamentale poiché fornisce la rappresentazione del mondo in cui l’essere umano deve scegliere e agire.la

Il legame imprescindibile tra linguaggio e immagine viene fortemente sottolineato in tutto il testo di Fabbro, che mostra con grande efficacia la funzione delle figurazioni immaginarie costituite dall’esperienza religiosa in diversi tempi e luoghi storici, evidenziandone la potenza evolutiva e di superamento dei limiti, oltre che di elaborazione di ambiti di cura in soggetti con sofferenza psichica.

L’immagine è quindi alla ribalta della nostra costituzione umana e il suo connubio col linguaggio deve renderci attenti e accorti nell’uso che viene fatto, consapevolmente o inconsapevolmente, di entrambi.

Nell’agorà mediatica ci si tuffa da un lato in un oceano di produzioni che presentano se stesse come degne di attenzione, come elementi di verità indiscutibili oppure come portatrici di una giustizia che ha il dono dell’assoluto, e dall’altro in una marea montante di distrazioni di massa, di fabbricanti di piaceri immediatamente consumabili, di sotterranee manipolazioni intese a fare di ciascuno di noi degli acquirenti compulsivi o dei nemici a comando da gettare nell’arena.

Nel suo testo Fabbro ci racconta anche le vie di liberazione proposte da alcune religioni e spiritualità, nelle quali il distacco dalle immagini prodotte dalla mente e la disciplina esercitata su di esse hanno un’importanza fondamentale nel dare una risposta alla domanda di senso sull’esistenza umana, ciascuna in forme e modalità differenti, legate ai tempi e ai luoghi.

Il fantasticare costituisce un velo che impedisce di porsi in relazione con il vissuto più autentico. Il principio apollineo dell’autoconoscenza richiede dunque una disciplina che comincia con l’osservazione del presente e che va oltre i fantasmi generati dalla mente per capire, come in una gestalt, noi stessi e la nostra vita. Viene anche definita come “via della lucidità” perché permette di superare una sorta di cecità esistenziale che impedisce di guardare il lato grottesco delle persone. Per superare questa cecità è necessario coltivare l’arte del non attaccamento, una virtù del buddhismo, e mantenere un atteggiamento di neutralità fra gli opposti, che Perls chiamava “punto zero” e che ha molto in comune con lo “stare nel vuoto” degli stati meditativi e con la condizione di apatheia ricercata dai Padri del deserto (p.444).

Una proposta, un invito quindi a stare al mondo con consapevolezza, sapendo con chiarezza il peso determinante che linguaggio e immagini possono rappresentare nel nostro modo di essere.

 

#FrancoFabbro #neuropsicologia  #esperienzareligiosa  #limguaggio  #immagine   #loredanamaliaceccon #sentieridellogos.blogspot.com

giovedì 24 agosto 2023

 Sentieri

 

Angela da Foligno, anima e corpo nell’esperienza del nulla



Angela da Foligno (Foligno 1248-1309) è stata proclamata beata dalla Chiesa cattolica nel 1693 e santa nel 2013, patrona delle vedove e delle persone afflitte da tentazioni sessuali. Dapprima sposa e madre, poi vedova senza figli, avendo come suo modello di fede e conversione san Francesco d’Assisi, entrò nel Terz’ordine francescano verso il 1291.

Le sue esperienze mistiche datano intorno al 1280 ed in seguito a queste nel 1285 attua una confessione generale da cui prende inizio un processo di conversione che coinvolge tutto il suo essere. Lo sconvolgimento che porta in lei la relazione amorosa con Dio non si limita all’aspetto devozionale e a una dedizione ai più emarginati e poveri del tempo, ma coinvolge e scompagina anche la sua corporeità, che condivide i moti dell’anima con una partecipazione appassionata: il corpo diventa il teatro, visibile a chi la circonda, della sua intima storia di progressivo avvicinamento al mistero di Dio. Questo cammino viene descritto come un costante e inarrestabile percorso di cambiamento, che ha il suo culmine in quello che frate A., redattore del “Memoriale”, autobiografia spirituale della santa, denomina come “VII passo supplementare”. La caratteristica fondamentale di questo nuovo modo della relazione con Dio è di essere “indicibile”, di rappresentare cioè un passaggio ad uno stato tale che le parole umane a disposizione della santa sono insufficienti ad esprimere.

«Benché quelle realtà di cui ho finora parlato non possano essere descritte, pure esse apportano una grande letizia. Ma quando l’anima vede Dio così, nella tenebra, questa visione non reca né riso sulle labbra, né devozione, né fervore, né amore appassionato, poiché non tremano, né si rinnovano il corpo né l’anima, come già sono consueti di muoversi; ma l’anima nulla vede e tutto scorge; il corpo è come assopito e la lingua è senza vita. E tutte le numerose indicibili prove di amicizia che Dio ha voluto concedermi, e tutte le parole dettemi finora da Dio, e tutto ciò che tu hai scritto fino ad oggi, capisco che sono cose del tutto inferiori a questo Bene che vedo con tanta tenebra, e la mia speranza ormai non tende più verso quelle gioie. Anzi, se fosse possibile che tutte quelle passate esperienze non fossero vere, pure ciò in nessun modo diminuirebbe o intaccherebbe la mia speranzq radicata in quel solo Bene ch’io vedo con tanta tenebra»1.

La visione di Dio nella tenebra giunge al suo culmine quando Angela entra nell’esperienza del nulla:

«Ora ricordo soltanto che non possiedo più quei beni di prima. Nella croce in cui era tutta la mia consolazione, in cui era il mio riposo ed il mio letto nulla più trovo; nella povertà del Figlio di Dio nulla più trovo, e nulla in tutte quelle operazioni spirituali che potrei ricordare.»2.

Si tratta di una spoliazione totale rispetto al suo essere precedente e contemporaneamente dell’ingresso in uno stato di libertà assolutamente inconcepibile in precedenza, sia rispetto alla formazione del suo pensiero in relazione a Dio, sia nella vita quotidiana che, da questo punto in poi, pur non risparmiandole sofferenze nel corpo e nello spirito e tentandola con antichi e nuovi vizi, si svolgerà tutta nella serena certezza di una verità radicata nell’intimo, che nessuno e niente potrà sottrarle.

È, quella di Angela da Foligno, un’esperienza irripetibile, eccezionale? Per certi versi naturalmente sì, perché è legata alla sua storia e al suo tempo, ma vi sono alcune caratteristiche che delineano un’esperienza spirituale che tutti, se lo desiderano, possono compiere e che lo psichiatra Roberto Assagioli ha in parte delineato nella sua lunga carriera, come viene evidenziato nel testo di Manuela Melega che abbiamo citato.

Anche Assagioli, quando ci descrive il risveglio dell’anima, sottolinea l’intraducibilità attraverso le parole dell’esperienza interiore.

Non è facile, anzi è quasi impossibile, per chi non ne abbia già avuto esperienza diretta, comprendere pienamente, vitalmente, che cosa sia e che cosa significhi questo grande avvenimento interiore. Tutti coloro che hanno tentato di parlarne insistono concordi sull’inadeguatezza di ogni descrizione, sull’incapacità delle parole ordinarie di esprimere fatti sì grandiosi, e diversi da ogni comune esperienza. Pure tutti hanno sentito il bisogno e il dovere di renderne testimonianza agli altri. Tale testimonianza è resa da essi meglio con la vita e con le opere che con le parole. La trasformazione di tutto l’essere che si rivela nel contegno, nell’influenza sugli altri, nello stesso aspetto esteriore, è più eloquente e significativa di ogni espressione verbale. Perciò nessuna descrizione può equivalere alla conoscenza profonda della loro vita...possiamo intuire qualcosa di ciò che hanno provato anche dalla lettura dei loro scritti, poiché spesso essi hanno saputo trasfondere nelle vecchie consuete parole nuovi sensi augusti e nuova vita.3 .

Certamente la vera conversione comporta inevitabilmente una trasformazione visibile, sia nell’anima che nel corpo, che avviene attraverso tappe successive e che coinvolge in profondità l’intimità stessa: senza questa trasformazione che penetra fin nella vita quotidiana non possiamo ancora parlare di conversione, tutt’al più di un desiderio, che non è ancora seguito dalla volontà.

Ultima tappa, come abbiamo visto nella nostra santa, è l’esperienza di una libertà altrimenti inattingibile, sperimentata e vissuta, come ci dice p. Stanilas Breton, dentro un Nulla che è grembo di gestazione di una inimmaginabile relazione con Dio4.

1Id, 146. in M. Melega , cit, 234.

2S. Aliquò, L’esperienza di Dio Amore: Angela da Foligno, Città Nuova, Roma 19733, , 157; in: M. Melega, L’itinerario mistico di Angela da Foligno, figlia di san Francesco, e analogie con la Psicosintesi di Roberto Assagioli. Ed. Galassia Arte, Ardea 2012. 249.

3R. Assagioli, Lo sviluppo transpersonale, Astrolabio Ubaldini Editore, Roma 1988, 121.

4L.A. Ceccon, L’immaginario-nulla in Stanislas Breton. L’estetica come esperienza del Principio, Youcanprint, 2023.

 

#mistica #angeladafoligno  #robertoassagioli  #immaginario-nulla #stanislasbreton #filosofia #teologia #loredanamaliaceccon #sentieridellogos.blogspot.com

venerdì 19 maggio 2023

 

Sentieri


I nomi più belli

I 99 Nomi di Dio




Contemplazione di un Essere elevato.
Questa è una pratica corrente tra i mistici [...]
[…] La contemplazione di un Grande Essere, quale il Cristo, il Buddha o un Maestro di Saggezza e Compassione, e il ponderare sulle loro varie virtù ed il potere illimitato per il bene, ha un potente e vivificante effetto sulla nostra natura spirituale nell’aiutarla a rivelarsi e a splendere fuori […]
Egli [il discepolo]crea un modello nella sua mente che si avvicina il più possibile al vero prototipo, e che serve a modellare l’uomo inferiore e a forzarlo in conformità all’ideale1.

Queste parole di Roberto Assagioli (Venezia, 1888-Capolona 1974), psichiatra fondatore della psicosintesi, introducono efficacemente la presentazione di uno scritto che Gabriele Bianchi, autore de “La Santa Cupola Verde”2 e “Testamento di un derviscio. Un cammino verso il sufismo”3, sta distribuendo gratuitamente via mail ad amici e persone interessate ad approfondire la spiritualità islamica relativa al sufismo.

Si tratta di un centinaio di pagine nelle quali l’autore si prende il tempo di parlare dei 99 Nomi di Dio che vengono enunciati nel dhikr, un’importante devozione dell’Islam.

Assagioli ha considerato con attenzione nel suo lavoro la differenza esistente tra i sintomi delle malattie nervose e i segni di uno sviluppo spirituale; in queste brevi frasi indica l’importanza, per chi segue la via spirituale, di contemplare e meditare esempi che possano indurre il discepolo a compiere i passi che lo possono condurre ad una somiglianza, ad una conformità con l’ideale che ha scelto.

Ma a quali mete di sviluppo spirituale sarebbe possibile giungere se quello che Assagioli chiama Essere elevato fosse proprio lo stesso Iddio?

La pratica del dhikr è una forma di contemplazione attiva che non si serve della mediazione di Grandi Esseri, come Maometto o Gesù (che vengono comunque considerati in altri ambiti), ma intende elevare il fedele a una prossimità spirituale con Dio stesso: è il ricordo di Allah con la recitazione salmodiata dei novantanove Nomi di Dio, una pratica devozionale raccomandata dal Corano e attuata in tutto il mondo islamico, in diverse forme.

Lo scopo è facilitare l’abbandono del fedele a Dio in una specie di estasi.
Affine alla preghiera esicasta ortodossa dei primi secoli del cristianesimo, il suo senso non sta soltanto nelle parole ma anche nel modo in cui viene detta e nel sentimento che suscita: una modalità di concentrazione spirituale simile al mantra del Buddhismo e dell’Induismo.

Nel sufismo è molto praticato anche in forma di danza che, in un crescendo di tensione, riduce l’invocazione alla semplice respirazione: essa rappresenta il soffio divino della vita che dà la vita ma anche il suo contrario, il riassorbimento della creazione in Dio, il ritorno a Dio di ogni cosa.

Nel testo di Bianchi la considerazione meditata dei Nomi di Dio viene introdotta da alcune informazioni fondamentali per comprenderne il senso:

I "Nomi di Dio" non sono Dio; sono una semplice identificazione della realtà divina adattata ai limiti umani, che simbolizza in modo insufficiente la Sua essenza, a noi invisibile pur nella Sua realtà: uno strumento per la comprensione umana, e null'altro. Ogni singolo essere umano può raggiungere una conoscenza di Dio, ma si tratterà sempre e solo di una conoscenza a dimensione umana, non a dimensione di Dio. Ecco quindi i Nomi, che non sono a misura di Dio, superiore a tutto ciò che è pensato da chiunque non sia Dio. Questi Nomi svolgono una duplice funzione: nella prima indicano la via per avvicinarsi a Dio e aiutano il credente a percepire per quanto possibile l'identità trascendente di Dio, ma i Nomi stessi non Lo possono contenere; la seconda indica la via da percorrere per capire Dio: all'uomo rimane solo la sperimentazione delle qualità divine su di sé, la meditazione dei Nomi o "rammemorazione"; il “dhikr” dei sufi è una via per la realizzazione del sé.

Questi Nomi, il cui senso ultimo è appunto “rammemorare”, fare sì che la memoria agisca nel senso di Dio, sono di diversi tipi che possono essere raggruppati in: Nomi che indicano l’essenza, detti “escludenti”; Nomi di qualità come scienza, vita, parola; Nomi di qualificazione come Onnipotente, Volente; Nomi di azione, che parlano delle possibilità, delle potenze di Dio, come creazione e comando.

A volte la forma è paratattica, cioè si afferma per esempio, nel Nome 90, che Dio è “Colui che impedisce” e nel 91 “Colui che nuoce, Colui che affligge”, mentre i numeri 92 e 93 ne parlano come “Il Benefattore” e “Colui che illumina, la Luce”. La presenza di Nomi dal significato opposto ha lo scopo di superare il rischio di rinchiudere Dio in una definizione esclusiva, per mantenere il cuore del fedele aperto all’incommensurabile realtà di Dio.

Alcuni Nomi paiono avere un identico significato ma, nel momento in cui Bianchi introduce alla meditazione, ci si rende conto che vi sono sfumature teologiche ed etiche differenti, che intendono indirizzare il credente verso determinati pensieri e azioni piuttosto che verso altri. Per esempio il 69, “Il Potente”, è seguito dal 70, “L’Onnipotente, il Capace”: il primo testimonia la potenza di Dio, mentre il secondo incentiva a sottomettersi “all'onnipotenza di Dio, con la propria umiltà e la propria disposizione alle azioni utili alla concordia fra le genti”.

È quindi necessario entrare in un particolare stato spirituale per approfondire il senso dei 99 Nomi. Ci dice Bianchi:

Il tasawwuf, ovvero il sufismo, è la punta di diamante, il concetto supremo del misticismo islamico. Furono sufi i maggiori pensatori, scienziati e poeti dell'Islàm, esprimendo ciascuno i valori principali della propria personalità, pur nel totale abbandono al Dio unico. Ciò avvenne non senza opposizioni, anche violente, da parte dei teologi, come insegna il martirio di alHallaj. I sufi si organizzarono in confraternite ed ebbero peso ed importanza anche negli affari politici delle varie nazioni musulmane. Le linee principali della ricerca si basarono su due concetti: l'unicità della Testimonianza, espressa dal sufi in unione d'amore con Dio; e l'unicità dell'Esistenza, per cui nulla esiste se non Dio. A Dio solo quindi i mistici tendono, fino all'integrazione finale.

La salmodia dei Nomi ha quindi uno scopo formativo ed educativo, proprio nella linea indicata da Assagioli, affinché il fedele possa accedere allo stato mistico che gli permetterà di meglio comprendere, pur senza mai esserne saziato, il mistero di Dio.

La comprensione non è però fine a se stessa, ha sempre una ricaduta etica nelle scelte comportamentali che scaturiscono dalla meditazione profonda; merito della presentazione di Bianchi è anche avere sintetizzato, per ogni Nome, la teologia sottesa che si ricava dal Corano, la meditazione che nel corso del tempo essa a suscitato, in particolare presso i sufi, e i comportamenti etici che esso dovrebbe suscitare nel credente. Ogni Nome è così una catechesi in miniatura, che può essere di conforto al credente in ogni momento dell’esistenza.

Non è possibile entrare in modo particolareggiato nel merito di questa piccola Summa; segnaliamo soltanto alcuni aspetti che possono suonare familiari alle orecchie del credente cristiano che si avvicina a questa devozione islamica: vi si trova la Grazia di Dio che agisce in favore del fedele, il perdono del peccato, anche se il senso del peccato nell’Islam ha connotazioni in parte diverse dal cristianesimo, come ben spiega Bianchi:

Va comunque considerato che in effetti uno solo è il peccato reale per l'Islàm: associare a Dio altri che Lui, cioè il politeismo e il totemismo. Tutto il resto può definirsi una devianza volontaria dalla retta via, dal comportamento etico; in effetti il Corano insiste più sul comportamento etico che sulla pratica d'una ritualistica religiosa:

E ancora:

L'etica dei sufi considera poi peccato più grande distruggere l'armonia in sé e attorno a sé, affermando: "Un peccatore è come un poveraccio caduto in una fogna. Qual è la prima cosa che deve fare? Non può presentarsi agli altri in quello stato, né può resistervi egli stesso: deve lavarsi, ripulirsi, a meno che per causa di pazzia sia inconsapevole del suo stato sgradevole. Il sapone e l'acqua con cui lavare il nostro intimo è il pentimento". La teologia tradizionale ha elencato, per ordine di importanza, i "peccati" e le condizioni e modalità del perdono divino.

Non va dimenticata la fede nella Resurrezione, richiamata nel Nome 50, a cui sono collegati i Nomi 60 e 62, che ha un valore non soltanto futuro ma anche spirituale nel presente:


50 Colui che Resuscita. La risurrezione dopo la morte è una delle sette affermazioni di fede del musulmano. Si può dire che sia uno dei motivi essenziali del Corano: "Sì, Dio! La verità è Lui. Sì: è Lui che dà la vita ai morti. Egli è l'Onnipotente, sì; e l'ora volge, nessun dubbio su questo né ch'egli risusciterà coloro che sono nelle tombe". "Dalla terra vi abbiamo creati, ad essa vi riporteremo, e da quella ancora vi faremo uscire" "Dio! È Lui che vi ha creati, poi vi ha nutriti, poi vi darà la morte, e poi vi darà la vita... " .
Alle critiche che i Meccani rivolgevano a Maometto in proposito risposero i versetti: "Coniando per Noi un esempio, e dimenticando la propria creazione, l'uomo dice: "Chi ridarà la vita alle ossa quando sono cariate?" Dì: "Ridarà loro la vita Colui che le ha create una prima volta, poiché Egli conosce tutta la creazione".
Non va comunque dimenticato che nel Corano la vita è paragonata alla conoscenza ('ilm) e la morte all'ignoranza. Colui che risuscita è anche Colui che ha dato il "calamo" all'umanità, fornendola degli strumenti necessari per uscire dalla tomba dell'ignoranza.
La risurrezione cui questo nome invita è quella che si ottiene purificando il cuore e la mente grazie all'amore per la conoscenza ed il distacco dalle cose mondane, incentivandoci a rinascere nella luce della conoscenza ancor prima di morire.

A Dio il fedele rivolge la propria adorazione e lode, mantenendo verso di Lui un naturale timore reverenziale, ma nello stesso tempo sa che Dio è anche “Il Generoso”, come viene detto nel Nome 43, a cui il credente si rivolge nella preghiera:

43 Il Generoso. Egli accetta anche che il fedele sprovveduto Gli si rivolga chiedendo e postulando ad ogni momento della preghiera. Può essere considerata irriguardosa la petizione, ma Dio il Generoso passa oltre ed accoglie.

Dio è anche, (Nome 44) “Colui che veglia, Colui che osserva (il Guardiano)” e “Colui che risponde, accoglie; Colui che esaudisce (Nome 45) e anche “Colui che ama, L’Amorevole, L’Affettuoso, Il Beneamato (Nome 48).

Non possiamo tralasciare il Nome che riunisce le tre religioni del Libro: Dio Uno. Nel cristianesimo l’introduzione della Trinità non ha scalfito l’unicità di Dio, anche se i dogmi relativi sono spesso oggetto di discussione nel confronto con le religioni ebraica ed islamica. Ma non addentriamoci in queste questioni teologiche e approfondiamo un poco la visione islamica dell’unicità di Dio come ce la presenta Bianchi:

67 L'Uno. "Il Dio unico; non ci sono altre divinità oltre a Lui".
Nel Corano: "Dì: Egli, Dio è Uno. Dio, l'Assoluto. Non generante e non generato; e nulla è eguale a lui".
L'unicità di Dio, Dio Uno, è il dogma di base dell'Islàm. Per diventare musulmano occorre che l'essere umano pronunci davanti a due musulmani : "Attesto che non c'è altro dio che Dio; attesto che Maometto è un profeta di Dio". Il Nome esclude ogni concetto e ogni tipo di "dio rivale"; stabilisce la non dualità e la non divisibilità. L'essere umano che giunge per intuizione a questa non divisibilità giunge a capire che tutto dipende da Dio, tutto è in Dio e Dio è in modo assoluto il Tutto.
I sufi hanno scritto molte pagine sull'unità e sull'unicità: "Noi invochiamo il primo dicendo "l'Unico", cioè: Signore, Puro, senza eguali. Invochiamo il secondo dicendo "Uno", cioè: l'Uno che la dualità non tocca, e del Quale nessuno condivide la proprietà e la sovranità. Questi due attributi essenziali sono menzionati da noi quando pronunciamo "Non c'è dio se non Dio", in cui "non c'è dio" vuol dire che nessuno è qualificabile così, e "se non Dio" significa "tranne solamente Dio". Quando la lingua rammemora l'Essere vero attestandogli l'unità divina, il cuore la conferma attestandone l"'unitudine".
L'unicità è considerata dai sufi la "quiddità" di Dio, unità e unicità è la formula pronunciata dall'apprendista durante la sua iniziazione. Simbolizza la sequenza di questi valori: Dio è Uno/Unico, Egli non ha eguali. Egli è Uno/Unico nella Sua essenza, tutto il resto è Sua creazione. Egli è Uno/Unico nei Suoi attributi, e nulla Lo può eguagliare. Egli è Uno/Unico nelle Sue azioni, e nulla è senza di Lui. Egli è Uno/Unico nei Suoi Nomi, e la Sua unicità è indivisibile. Questo Nome è la chiave di volta di tutte le essenze divine.
Non è raro però il caso di falsi maestri che si attribuiscono da sé questo nome, in un evidente stato di devianza paranoica.

Sono evidenti le influenze neoplatoniche che nutrono questo tipo di riflessioni; il neoplatonismo, d’altra parte, non è estraneo alla formazione del pensiero su Dio nei primi tempi della Chiesa, per esempio nei Padri cappadoci, in Agostino o in Filone d’Alessandria.

Certamente Dio è assolutamente trascendente nell’Islam e tutto viene da Lui: l’unica relazione possibile per l’uomo è il totale abbandono di ogni velleità personale per adeguarsi ai diversi aspetti nei quali Dio si fa conoscere, anche attraverso i 99 Nomi. Il mistero però permane: l’ultimo nome, il centesimo, non è conosciuto se non da chi viene accolto da Dio nella propria intimità, e non può essere divulgato.

Concludiamo questa breve presentazione dello scritto di cui Gabriele Bianchi fa dono, grati di aver potuto gettare uno sguardo su questa importante devozione islamica, presentata in modo chiaro e con partecipazione del cuore: non dovrebbe mai cessare il dialogo e il confronto tra i credenti, nonostante la permanenza di differenze anche sostanziali: confidiamo che il 99esimo Nome, “Il Paziente”, sia anche quello nel quale Dio accoglierà tutte le ricerche di coloro che desiderano incontrarLo, in ogni luogo e tempo, fino a che tutti giungeremo al suo mistero ineffabile, il centesimo Nome.4



1R. Assagioli, Contributi pratici allo Yoga moderno, appunti per una conferenza dattiloscritti, Istituto di Psicosintesi, Firenze, ca 1925, 31-32. Cit. in M. Melega, L’itinerario mistico di Angela da Foligno, figlia di San Francesco, e analogie con la psicosintesi di Roberto Assagioli, Galassia Arte di Andrea Mucciolo, Ardea (Roma, 2012, 86.

2G. Bianchi, La Santa Cupola Verde, Verdechiaro, Baiso (RE), 2012.

3Distribuito dalla Fondazione Camelot onlus Firenze.

4Coloro che fossero interessati alla lettura del testo possono farne richiesta a Gabriele Bianchi attraverso la sua pagina Fb. 

#99Nomi #GabrieleBianchi #sufismo #dhikr #Assagioli #dialogo #Melega #loredanamaliaceccon  #sentieridellogos.blogspot.com

iniziamo

  Pensieri   Uno psicologo nel lager Viktor E. Frankl Da parecchio tempo non scrivo recensioni, perché l’urgenza dei fatti ha spes...