domenica 16 febbraio 2025

 

  Pensieri

 

Chiesa del Santo Volto a Torino

Un doveroso omaggio

 


 Chiesa del Santo Volto a Torino, oggi ore 9 circa, poca gente in attesa della messa.

Mi siedo, sistemo il cellulare perché non disturbi e poi, mentre il coro fa le sue prove, mi guardo intorno.

Non è la prima volta che partecipo qui alla messa, da circa tre anni è questa la nostra chiesa di riferimento, vicina a dove abitiamo.

Ne avevamo già apprezzato l’architettura esterna, che si fonde con l’archeologia industriale della zona e pare vegliata dal grande dinosauro ferrato stagliato sopra il Parco Dora: un progetto ardito dell’architetto Mario Botta, indicativo del cammino necessario alla Chiesa contemporanea: cercare e trovare forme adeguate al mondo contemporaneo, anche mettendo in campo risorse importanti, perché l’arte ha una funzione profetica che va salvaguardata, come ha ricordato anche papa Francesco nel Giubileo degli artisti.

Ma oggi, nella pausa di tempo che ho potuto gustare, l’interno della chiesa mi è finalmente apparso in tutta la sua meraviglia.

Gli arredi, scarni e spartani, lasciano completamente spazio alla luce irrorata dalla cupola in grandi raggi e, mentre lo sguardo segue il dinamismo delle luci e delle ombre, emergono una alla volta le forme geometriche solide e piane che ne compongono la struttura: piramidi parallelepipedi sfere e semisfere cilindri e cubi, rettangoli cerchi triangoli e quadrati si diffondono in tutti gli spazi della chiesa, alternandosi e richiamandosi in una sinfonia di misure. Si rivela così un linguaggio armonioso, che richiama inevitabilmente le geometrie di cui si compone la natura, le stesse che prendono vita nel nostro corpo e che si moltiplicano nello spazio siderale in cui viaggiamo verso un destino solo intuito.

Questo cosmo di cui siamo parte e che noi stessi siamo si specchia nel lucido tabernacolo a destra dell’altare. Lì il celebrante o il ministrante, prima di prendere le ostie che vi sono conservate, vede il proprio volto riflesso, volto di uomo o di donna, volto sacro come quello che si trova sul fondo della chiesa.

La danza delle geometrie rapisce la mente e lo spirito, si fa contemplazione e preghiera di lode per questo inaudito legame fraterno fra le nostre geometrie e quelle degli oggetti delle piante delle persone che con noi partecipano al gesto liturgico della messa, immersi in una creazione architettonica che si fa, con noi, liturgia cosmica.

Un’esperienza bellissima. 

 

 

#ChiesaSantoVoltoTorino #archeologiaindustriale #ParcoDora #contemplazione #LoredanaAmaliaCeccon #sentieridellogos@gmail,com    


domenica 19 gennaio 2025

 Pensieri

 

LE NOZZE DI CANA (Gv 2, 1-11)

 

 

Una pagina di Vangelo sorprendente: l'inizio dei segni di Gesù.

Comincia con una festa, una festa di nozze, un futuro di vita nuova che si apre e che da subito, duante la festa stessa, mostra inciampi possibili: il vino non basta. 

Quel rosso liquido che scendendo nel corpo lo scalda e gli dà l'ebbrezza dell'allegria, del distacco da una quotidianità pesante e banale, anche solo per poco tempo, è venuto a mancare troppo presto, prima ancora che la festa terminasse e gli invitati, sazi e soddisfatti, se ne siano andati. 

La festa rischia di terminare in malo modo; l'unico ricordo degli sposi e degli invitati potrebbe essere la mancanza finale. Maria se ne accorge, lo comunica al figlio, che comprende il segreto legame della madre con lo Spirito e per questo agisce: lo Spirito che abita la madre e il figlio vuole aprirsi a tutti quelli che partecipano alla festa, vuole che la festa sia bella fino in fondo, che nessun ricordo amaro funesti l'inizio di un futuro diverso. 

E così si compie il dono: il vino finale è il migliore, il più buono, quello che altri avrebbero servito per primo e che Gesù ci fa trovare per ultimo.

Mi piace pensare alle nozze di Cana come un invito a nozze anche per noi, che la vita stessa sia un invito a nozze e che così dovremmo viverla: le nostre nozze, quelle di altri, tutti insieme in una grande festa dove il vino, ciò che di grato ci viene dato, allenta le tensioni, addolcisce gli animi, rende il tempo amabile e gioioso: il vino, rosso come il cuore, come l'amore appunto.

Ma la notizia più bella di questa pagina è che il meglio arriva quando non te lo aspetti, quando la festa sta per estinguersi e tutti stanno per salutarsi: proprio in quel momento ci viene porta l'offerta più grata, la gioia più piena: non lo sapevamo, non lo sospettavamo neanche lontanamente, ma è proprio lì che il meglio si compie: alla fine.

Proviamo a ricordarcelo.

 

#nozzediCana #Gv2,1-11 #LoredanaAmaliaCeccon #sentieridellogos@blogspot.com

  

 

 

giovedì 2 gennaio 2025

 Immagin-azione

 


 

Scrivo poesie da molto tempo, ma questa è la prima raccolta che pubblico dopo la Silloge “Occhi di donna”.

Sono qui riunite piccole poesie degli ultimi anni, segnati da una storia globale sempre più complessa e da una storia personale che si avvia all’ultimo tratto di strada.

Poesie per caso, come amo dire, ritmi e parole suscitati dai fatti della vita.

Poesie per incontrarsi, per sapere e ricordare che una musica, un’armonia, sempre può destarsi dal profondo e aprirci ad un abbraccio fraterno, per essere meno soli.

La dedico a tutti noi.

L.A.C.

EPPURE

Eppure ci sono angeli,

che stanno nelle nicchie

del cuore e cantano

con voce d'argento

per lenire il dolore.


Abitano i luoghi vuoti,

le speranze deserte,

gli amori desolati

di chi scorre da solo

nella barca del tempo.

(pg. 6)



#labarcaelafunepoesie #youcanprint #loredanaamaliaceccon #sentieridellogosblogspot.com

domenica 8 dicembre 2024

 

 

Pensieri

DOVE SEI?

  

 Oggi, in occasione della festa dell’Immacolata Concezione, la Chiesa ci ha proposto due letture: Genesi 3,9-15-20 e Luca 1, 26-38 sulle quali vorrei formulare alcuni pensieri.

Non sono una biblista, perciò quello che dirò è frutto di una meditazione personale.

La lettura di questo racconto di Genesi 3 mi ha sempre lasciata perplessa, ed ora più che mai. Vi si racconta ciò che accade dopo che Adamo ed Eva hanno mangiato il frutto proibito e la narrazione mette in campo una relazione gerarchica: il Signore si rivolge prima di tutto all’uomo, chiedendogli ragione del suo atto; solo di fronte all’accusa dell’uomo verso la donna, Egli si rivolge a lei, chiedendole spiegazioni. Infine, dopo la giustificazione di Eva, il Signore fa ricadere la maledizione sul serpente e pronuncia il castigo sull’umanità, ben distinguendo le parti dell’uomo, della donna e del serpente.

Certo, è ormai assodato che si tratta d un “racconto di origine”, cioè del tentativo di spiegare il perché di una certa realtà che si riscontra come inevitabile, in questo caso la presenza del male nel mondo. La modalità del racconto è quindi di tipo “mitico”.

Il riconoscimento di questo fatto ha in parte alleggerito il peso di colpa attribuito per secoli alla donna nei confronti dell’uomo: perché nel racconto di Genesi è lei in fondo la causa della perdizione, dato che ha dato retta al serpente, la parte animale e oscura del suo essere, trascinando al peccato anche l’uomo.

Questa lettura colpevolizzante è oggi occultata, anche se agisce ancora in molteplici stereotipi che si riferiscono alla relazione uomo-donna e, nella storia anche presente, in un certo senso giustifica la sopraffazione dell’uomo nei confronti della donna: credo sia necessario riconsiderare il peso culturale che certe letture possono avere ancora oggi nella costruzione della mentalità che sotterraneamente viene agita nelle relazioni.

Certo, la Chiesa poi ha riferito a Maria e alla venuta di Cristo l’immagine finale del racconto, in cui pare che la donna schiaccerà la testa al serpente.

Ma dov’è l’uomo in questa azione? La lotta si svolge solo tra la donna e il serpente e l’uomo ne è esentato? L’ambiguità nella quale è mantenuto il proseguimento della storia mi pare corrisponda ai canoni della formazione ebraica più che a quella cristiana, e quindi necessiterebbe di una più seria mediazione per essere presentata ai fedeli cristiani.

Il racconto dell’Annunciazione di Luca, unico evangelista non ebreo, non contiene in nessun modo l’idea di una relazione tra la donna e la presenza del male, anzi: la figura di Maria appare, nel racconto lucano, veramente rivoluzionaria. Una giovane donna intrattiene direttamente un dialogo col divino e da questo scaturiscono delle conseguenze concrete, la gravidanza e il parto, che Maria non assume con leggerezza ma chiedendone ragione e conto al messaggero di Dio, il quale le porta giustificazioni e prove attraverso le quali Maria giunge al consenso.

Maria, la giovane donna, è protagonista responsabile all’interno della narrazione, a differenza di Eva nel racconto genesiaco, mostrando la profonda differenza tra la mentalità ebraica dell’Antico Testamento e la novità cristiana formatasi nell’ambito dello stesso popolo ebreo e condensatasi nel Nuovo Testamento: se è vero che non si possono smentire i legami che uniscono le due fedi, mi pare però urgente oggi riscoprire le radici dell’autentica rivoluzione che il messaggio di Cristo ha portato al mondo: la relazione di Cristo con le donne nei Vangeli è una testimonianza del valore che Egli attribuisce a queste figure nel portare avanti il suo annuncio del Regno. Purtroppo la divinizzazione di Maria non ha portato con sé questo radicale cambiamento nella relazione tra uomini e donne; anzi spesso la valorizzazione della donna porta con sé un contrasto, una lotta, una contrapposizione insensata fra generi diversi, che nel cristianesimo non avrebbe mai avuto ragione di esistere.

Se di Immacolata Concezione vogliamo parlare, a mio parere dobbiamo spostare l’attenzione dal piano puramente fisiologico, del quale non abbiamo altro strumento per parlarne che la fede, al piano del concepimento di una assoluta novità nella storia umana, che deve ancora prendere coscienza della propria identità singolare nei confronti dei propri antenati ebraici: è necessario portare a chiarezza e compimento quegli assunti presenti già duemila anni fa e che oggi diventa urgente appropriarsi come contenuti della propria vita nel mondo e nelle relazioni: il rispetto reciproco tra donna e uomo, il superamento di relazioni gerarchiche a favore di una fraternità basata sulla suddivisione dei compiti a servizio dei fratelli, il sentirsi parte di una realtà naturale e cosmica i cui elementi ci costituiscono e di cui siamo responsabili, nella consapevolezza che tutto questo è possibile attingerlo nell’interiorità in cui è salvaguardata la nostra origine, che è al contempo naturale e spirituale, mistica.

E allora, alla domanda del Signore nell’Antico Testamento: “Dove sei?”, non risponderemo più: “Mi sono nascosto perché ero nudo!”, ma diremo: “Signore, eccomi, sono qui, ora, viviamo insieme in questo paradiso!” 

#Genesi3 #Peccatooriginale #ImmacolataConcezione #VangelodiLuca #LoredanaAmaliaCeccon #sentieridellogos@blogspot.com 

 



martedì 3 dicembre 2024

 

Immagin-azione

 GUARDAMI, ORA!


Sono laghi, gli occhi,

dove leggere barchette

pescano sogni

e le guance, colline

per le corse sui prati.

Di corallo è la bocca,

aperta su grotte

dalle vie misteriose.

Delfini danzano

sul mio seno,

mentre partono dalle braccia

uccelli d'ogni colore,

lasciandomi piene di piume

le mani.

Nel mio ventre

scoiattoli dalle lunghe code

saltano

su alberi immensi

e le ginocchia sono rocce,

schizzate di sorgenti

che corrono ratte 

alle pianure vaste 

dei piedi.


E dentro,

lì in fondo,

nascosto nel buio,

il cuore canta

e grida e danza,

per dirti che ancora 

c'è spazio per amare.

 

#poesia #Guardamiora #LoredanaAmaliaCeccon #sentieridellogos@blogspot.com 


domenica 30 giugno 2024

 

Sentieri

 

SINCRONICITÀ

 


Nella memoria di ciascuno di noi si conservano ricordi di momenti che a volte abbiamo definito “magici” e che hanno dato un corso differente ad alcune nostre importanti decisioni, momenti accaduti quasi in riposta ad una nostra domanda inespressa, ad una ricerca che pareva senza sbocchi, ad un bisogno di cui noi stessi non sapevamo definire i contorni. Coincidenze sul piano fattuale relative ad un nostro dinamismo psichico, che abbiamo interpretato come “segni”, attraverso i quali leggere indicazioni per un percorso che dovevamo intraprendere. Pur apparendo casuali, quei momenti mostravano un legame profondo con la nostra esistenza e quella di coloro che ci stavano accanto e hanno determinato atti significativi del nostro destino.

Questi momenti, nel linguaggio psicologico, vengono definiti “sincronicità”.

Nel libro “Sincronicità”1 l’astrofisico Massimo Teodorani, con un linguaggio accessibile, cerca di avvicinarci agli studi compiuti dal grande psicologo Carl Gustav Jung in collaborazione col fisico quantistico, premio Nobel, Wolfgang Pauli, sull’inconscio collettivo e la sincronicità.

Il loro lavoro di ricerca ci mostra che non esiste materia senza spirito e che la sincronicità ci mette in relazione con l’origine sostanzialmente spirituale di cui l’universo è fatto, poiché materia e spirito nell’infinitamente piccolo mostrano la loro indissolubilità, che fonda la nostra libertà e creatività.

Il mondo quantico nella sua intima natura mostra che il grande disegno che regola l’universo nella sua totalità è in realtà una danza infinita, in cui tutte le particelle che costituiscono la materia stessa sono tra loro sincronizzate e armonizzate in un continuum che va ben al di là del tempo e dello spazio. La matrice della nostra realtà è spirituale, mentre la nostra realtà è anche come noi possiamo e vogliamo crearla, dal momento che proprio gli eventi sincronici sembrano ricordarci che noi non siamo passivi osservatori di un freddo universo a orologeria, ma anche attori della creazione. La nostra psiche è quel mezzo che ci permette ad ogni momento di ricordare chi siamo e di cosa siamo parte, e per uno strano meccanismo essa sembra coincidere con la materia nelle forme più elementari come le rileviamo nel mondo dei quanti.2

La sincronicità, fenomeno studiato in modo particolare da Jung, consiste nella coincidenza tra un fatto psichico e un evento, legati da un significato, spesso simbolico, comprensibile a chi ne fa esperienza. La decodifica del senso racchiuso in tale esperienza ha spesso delle conseguenze significative nella vita di coloro a cui accade. È quindi un fatto che mostra con evidenza il legame esistente tra il mentale e il materiale, senza che si possa ricondurlo alle leggi di causalità o a una intrinseca razionalità: la logica che lo sostiene si esprime con connessioni che rimandano ad una realtà differente da quella immediatamente localizzabile dal punto di vista fisico e si esprime attraverso forme archetipiche e simboliche.

Il fisico quantistico, premio Nobel, Wolfgang Pauli ha sperimentato personalmente questo tipo di fenomeni e si è reso conto che essi mostravano una affinità con il modo di relazionarsi delle particelle quantiche, particolarmente con quel “principio di esclusione” per cui in uno stato quantico è presente l’antisimmetria contemporaneamente alla simmetria, sono cioè contemporaneamente in atto sia il principio di causalità, che permette una sicura previsione, che quello di a-causalità che determina una diversa generatività ed è solo probabilistico. La simmetria dirige il cosmo verso l’entropia, mentre l’ anti-simmetria ne riequilibra le sorti con la negh-entropia: questa danza tra le due realtà rivela un superiore equilibrio nell’universo, che appare in questo modo come un eterno e armonico generarsi.

L’a-causalità degli avvenimenti sincronici viene quindi compresa alla luce della meccanica quantistica e mostra la matrice da cui prendono forma entrambi:

[…] Pauli aveva intuito in maniera profonda e sicura che quella matrice invisibile in grado di tenere assieme il mondo è proprio l’inconscio collettivo, a cui l’inconscio personale accede occasionalmente attraverso sogni carichi di significato e tramite le sincronicità[…]. E non esiste un solo spirito e un solo pezzo di materia esistenti individualmente, ma esistono infiniti pezzi di materia-spirito i quali sono tra loro interconnessi e sincronizzati in unico tutto. Allora quella che crediamo sia la nostra psiche non è la nostra psiche, ma la nostra capacità di connetterci ad una grande matrice universale che ci unisce tutti. L’ego, la separazione, la distinzione tra oggetti e particelle sono tante parti di un’unica danza senza fine, ma prese separatamente come enti disgiunti esse sono solo un’illusione. Un’illusione è il nostro stesso ego.3

L’inconscio collettivo costituisce quindi il mezzo attraverso cui possiamo metterci in contatto con la danza cosmica nella quale l’origine dell’universo si mette in opera e le sincronicità che sperimentiamo nelle nostre esistenze ne sono l’emergenza.

Seguendo il pensiero del medico endocrinologo indiano Deepak Chopra, Teodorani ci dice:

Pertanto quando noi viviamo la nostra vita imparando a cogliere le sincronicità che ci capitano e a comprenderne il profondo significato che esse celano, noi impariamo a connetterci con un campo di infinite possibilità. […] Chopra ritiene che se l’uomo è in grado di capire che questa magia non è una fantasia, ma può divenire realtà dentro di noi, allora noi siamo nella condizione di poter seguire quello che lui chiama “sincrodestino”, nell’ambito del quale tutti i nostri desideri possono materializzarsi spontaneamente. Ciò non avviene con un colpo di bacchetta magica, ma solo perché sincronizzandoci con il flusso del nostro destino, noi stessi ne diventiamo creatori.4

Si tratta quindi di vivere la nostra vita con la consapevolezza che non siamo isole disperse in un oceano infinito, ma parte di quello stesso oceano e che la possibilità di fare emergere delle terre dipende dalla nostra relazione con il tutto di cui facciamo parte. Nel momento in cui perdiamo questa connessione o inconsciamente ne siamo alla ricerca, accadono dei fatti che ci permettono di riannodare il filo interrotto o disperso: sono le sincronicità.

La possibilità di rendersene consapevoli e la capacità di leggerne i significati sono alla portata di chiunque desideri sinceramente intraprendere un cammino di connessione con la propria origine, nelle forme proprie di ogni differente storia: insieme, diventeremo concreatori del nostro destino e di quello del mondo che abitiamo.

1 M. Teodorani, Sincronicità. Il legame tra fisica e psiche da Pauli e Jung a Chopra.Macro, 2006, 2020, Cesena (Fc).

2 Ivi, 5-6.

3 Ivi, 62.

4 Ivi, 115.

#Sincronicità #TeodoraniMassimo #CarlGustavJung #WolfagangPauli #DeepakChopra #destino #libertà #creastività #LoredanaAmaliaCeccon #sentieridellogos@blogspot.com

sabato 15 giugno 2024

 

Pensieri

Un fico maledetto


 

«La mattina seguente, passando, videro l’albero di fichi seccato fin dalle radici. Pietro si ricordò e gli disse: “Maestro, guarda: l’albero di fico che hai maledetto è seccato.” Rispose loro Gesù: “Abbiate fede in Dio! In verità io vi dico: se uno dicesse a questo monte: Lévati e gettati nel mare, senza dubitare in cuor suo, ma credendo che quanto dice avviene, ciò gli avverrà. Per questo vi dico; tutto quello che chiederete nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi accadrà. Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi le vostre colpe.» (Mc 11, 20-26).

Questa pagina di Marco è davvero sorprendente, per diversi motivi.

Nel vangelo di Marco, il primo scritto da cui tutti gli altri hanno attinto, ci mostra Gesù che proclama la manifestazione del Regno di Dio e la sua potenza attraverso l’opera di miracoli fisici e spirituali, compiuti su persone che, esplicitamente o meno, li richiedono. Spesso si mostra come l’annuncio e i gesti di Gesù siano preceduti da momenti di solitudine e preghiera protratti anche per lungo tempo. Vi è dunque un legame profondo tra la preghiera di Gesù e la manifestazione della sua potenza.

Qui però la situazione è diversa: Gesù aveva cercato dei fichi fuori stagione, perché aveva fame, e aveva trovato solo foglie: per questo maledice il fico, che il giorno dopo appare ai discepoli completamente seccato. È forse l’unica volta in questo vangelo in cui Gesù pronuncia una vera e propria maledizione e possiamo così renderci conto della sua terribile efficacia: la regola diceva che non era tempo per il fico di emettere frutti, ma Gesù glieli ha chiesti comunque; con le sue mani che avevano guarito molti ha cercato un frutto, ma il fico non ha voluto saperne, non ha riconosciuto la relazione che si stava aprendo tra lui e Gesù, è rimasto chiuso in sé e nella sua regola.

Per questo Gesù lo maledice: il fico non lo ha voluto riconoscere, ha commesso un peccato contro lo Spirito, proprio l’unico peccato che non sarà perdonato in eterno, e per questo la vita in lui viene seccata, tolta.

Gesù tratta il fico come una creatura con cui stabilire un rapporto, lo guarda, si avvicina, cerca, poi gli si rivolge direttamente e gli parla, annunciandogli la conseguenza del suo atteggiamento di estraneità.

Questo episodio è uno di quelli che ci mette in evidenza la profonda relazione che sussiste tra ciò che comunemente chiamiamo “materia” e lo spirito che vivifica. Non vi è vita senza spirito.

Ma questo breve brano va ancora oltre e dice, tra le altre, due cose importantissime: il legame fortissimo tra il mondo esterno e quello interno, perché ciò che crediamo senza dubitare si avvera, e il fatto che la preghiera, il tempo in cui ci immergiamo nel dialogo col mistero da cui siamo originati, è il luogo che rende tutto possibile, a condizione che la nostra relazione con chi condivide la nostra vita sia improntata alla misericordia.

Tutto dunque è possibile a chi crede, se la richiesta è formulata alla luce della misericordia, alla luce del legame divino originario di cui ogni persona e ogni cosa sono portatori.

Purtroppo viviamo questa vita da increduli, lontani dalla preghiera e dalla misericordia, senza riconoscere lo spirito che ci viene incontro nei fatti, nelle persone, nelle cose di ogni giorno, abitate dalla potenza creativa dell’origine di cui anche ciascuno di noi è portatore, come ci mostra Gesù in questo breve episodio narrato da Marco: il Regno di Dio è già qui, tra noi, e l’annuncio di Gesù ci chiede di riconoscerlo, di non essere sordi alla sua presenza e alla sua parola come il fico, infine secco e senza vita.

Questa breve narrazione, che include anche la cacciata dei mercanti dal tempio, costituisce un piccolo sommario di ciò che Gesù ha annunciato fino a quel momento e ne esplicita il senso profondo per ciascuno di noi, indicandoci la prospettiva da cui far originare le nostre scelte: la vera fede non è una banale credenza in questo o quello, ma la certezza di una potenza in atto nell’universo a cui tutti siamo chiamati a partecipare. 

#VangelodiMarco #Gesù #ilficomaledetto #materiaespirito #preghiera #misericordia #Regno diDio #fede #potenza #LoredanaAmaliaCeccon #sentieridellogos.blogspot.com

domenica 9 giugno 2024

 

Pensieri


LEGGERE I VANGELI, CON OCCHI NUOVI

 


Afflitta da una razionalità onnivora e onnipresente mi sono cullata per anni nel pensiero che i racconti evangelici fossero delle elaborazioni psichiche di una relazione felice, interrotta con violenza, tra un leader religioso, Gesù, e i suoi discepoli.

Lo choc, la delusione, il dolore, hanno indotto i seguaci di questo predicatore a elaborare in modo mitico, attingendo a schemi e figure note, la loro esperienza, così che essa potesse avere un seguito, potesse continuare nonostante la scomparsa del capo carismatico.

Si trattava allora di dare una diversa consistenza alla fede, o forse meglio dire credenza, che aveva accompagnato i miei anni giovanili con l’illusione di una presenza spirituale cordialmente attenta ai miei passi, alle mie scelte. Si è aperta così la strada del pensiero speculativo, della filosofia, non avvicinata in modo sistematico ma sbocconcellata seguendo tracce e direzioni di volta in volta indotte dall’esperienza.

La conoscenza diretta portata dall’esperienza è diventata sempre più la bussola interna ed esterna che mi ha permesso di districarmi nei meandri di pensieri e narrazioni in cui ciò che certamente veniva perduto era il criterio di verità, poiché chiunque possedesse un discreto bagaglio di abilità era in grado di affermare qualunque cosa e il contrario di essa, portando prove a favore e contro. L’avvento massiccio dell’AI non ha fatto che confermare la necessità di individuare un fondamento di riferimento su cui basare un percorso di pensiero e questo è per me l’esperienza interiore che ho potuto attingere grazie a felici incontri.

Proprio alla luce di questa esperienza si è fatta man mano strada la consapevolezza della necessità di ripensare il nostro modo di concepire ciò che chiamiamo “materia” e “corpo”, che sono il luogo della nostra vita: l’idea che il corpo sia la prigione dell’anima, che la vita su questa terra sia un tempo di pena che ci verrà ripagato in un aldilà sperato, oppure che siamo frutto di un cieco caso (ma quanto logico e consequenziale!) che non ha criterio di bene o male e non ha altra psiche che la nostra, tutto questo dava alla vita un sapore amaro e triste, le toglieva senso, mentre la voglia, il desiderio, la gioia di esistere nonostante tutto scoppiavano dovunque e in circostanze incredibili e impensabili dentro il mio percorso di vita, solitario ma insieme ad altri.

La materia non è quindi una “brutta cosa”, l’infimo gradino dell’essere che anela a risalire ad un grado più alto, infelice finché non lo avrà raggiunto. Non è neppure ciò che gli esseri umani devono lavorare per renderla degna di condividere con loro l’esistenza prima di esserne crudelmente assorbiti.

La materia è una continua offerta di vita, inabitata dallo Spirito, con la quale dobbiamo ancora imparare a metterci in sintonia.

Questo approdo del pensiero scaturito dalla mia esperienza mi ha indotto a rileggere con altri occhi le narrazioni evangeliche, che di colpo mi sono apparse, nella loro scarna esiguità, assolutamente portatrici di verità: Gesù Cristo ci ha rivelato attraverso le sue parole, i suoi miracoli, la sua morte e resurrezione, il segreto di una vita salvata dall’insensatezza e dall’inganno di mete meschine o irraggiungibili. È questa la liberazione portata dal messaggio cristiano: la vita è tutto ciò che abbiamo ed in essa scegliamo la qualità della nostra esistenza, presente e futura. Non vi è un’altra vita aldilà di questa ed è questa vita che continuerà ad essere dopo il passaggio di ciò che chiamiamo “morte”.

Ogni pagina di Vangelo è diventata per me illuminante da questo punto di vista e mi induce a considerare come unici, assolutamente fondamentali, tutti i fatti che accadono e che continuamente mi chiedono delle scelte alla luce di questa rivelazione: vita e verità coincidono e le parole di Gesù ci permettono di discernere quali atti, quali decisioni ci permettono di gustarne il senso profondo.

Apriamo dunque di nuovo le pagine dei Vangeli, non come un racconto mitico o psicologico, ma come portatrici di una rivelazione fondamentale per ognuno di noi. 

#razionalità #esperienza #materia #Vangeli #vita #verità #LoredanaAmaliaCeccon #sentieridellogos

giovedì 16 maggio 2024

 

Immagin-azione

 

DOPO

 

Quando è stata sepolta?”

Mi pare una settimana fa…”

Ah!”

L’uomo si stava velocemente avviando chissà dove, calpestando l’erba folta e verdissima . Si fermò di colpo e ripeté: “Ah!”.

Si portò davanti a lei, guardandola fissa: “Ma è troppo presto! Troppo presto!”, ripeté come se volesse sincerarsi di essere capito. Poi continuò:”Prima bisogna che tutto si sfaldi, che tutto torni semplice, perché così non ci sarà più peso. E poi allora sarà possibile vedere. Ora ancora no, ancora no.”

Ripeteva, insistendo su alcune parole.

Forse era meglio essere cremati…”

Ma non cambia niente, non cambia il tempo, non è come prima. Deve succedere lo sfaldamento, altrimenti non si riesce a nulla. Dimmi: cosa vedi?”. Era passato al tu.

Beh, vedo te, sei un uomo, con camicia bianca e pantaloni beige, e sei scalzo. La tua faccia non la vedo tanto bene, neanche i capelli...Però la voce la sento bene, è forte e chiara, capisco quel che mi dici…”

Ecco, va già bene se non vedi la mia faccia, tutto sta andando per il verso giusto. In realtà è ancora la tua abitudine che funziona, ma piano piano saprai che non sono così, che qui è tutto diverso da come era.”

Oh, mamma! E che succede?”

Stai tranquilla, non succede niente. Non c’è bisogno di agitarsi. Ora vado via, ma quando vuoi torno qui da te.” Poi era sparito.

Quando lo aveva visto gli aveva chiesto dove si trovava, se avrebbe potuto rivedere tutti gli altri e lui le aveva fatto quella strana domanda.

Non si ricordava quando era stata sepolta, forse non c’era già più lì, nel cimitero, quando era successo. C’era solo un vago ricordo di pianti e singhiozzi mentre si allontanava, ma sapeva che sarebbero passati: in fondo aveva più di novant’anni e tutto era già stato fatto. Era arrivata l’ora di andarsene. Un po’ le dispiaceva, non era stata così brutta la vita, ma adesso era tanto tanto stanca: il suo corpo voleva essere lasciato andare, e lei lo aveva lasciato, senza troppa pena.

Si era trovata lì, in quel magnifico prato verde, con il cielo più blu che mai avrebbe potuto immaginare, scalza. La cosa la colpiva perché le scarpe era quella parte di abbigliamento che le aveva sempre creato problemi, fin da piccola: le scarpe erano davvero scomode, anche se alcune erano proprio belle a vedersi, ma tant’è, aveva dovuto rassegnarsi a portarle.

E ora...scalza! Eppure gliele avevano messe le scarpe nel sarcofago, no, nella bara, perché aveva già preparato tutto e i figli erano bravi ed obbedienti. Certo che si sentiva strana: non riusciva a toccarsi, a vedere le parti del suo corpo, mentre i pensieri sembravano diventare più facili, più leggeri, quasi evanescenti. Una settimana...ma ora non sapeva nemmeno più cosa fosse una settimana: una parola, senza più senso.

Si era messa a sedere nell’erba, un po’ confusa, sotto quel cielo che non cambiava mai C’erano però pensieri che restavano, sensazioni, sentimenti che anzi tornavano a trovarla dopo tanto tempo, vividi e presenti come vissuti in quell’istante, tutti insieme. Che meraviglia! Non si era perduto niente!

Poi di nuovo era arrivata la voce, di quell’uomo di prima, le sembrava di averla già sentita, tempo fa, ma non riusciva a metterla a fuoco, le pareva quasi di conoscerla…

Ciao! Come stai? Sono io…”

Saltò su di scatto, o almeno così credeva.

La sua voce! Lui!

Tu! Sei tu! Oh caro!”.

Sì, era proprio lui: quanto le era mancato!

Di colpo un forte abbraccio l’aveva avvolta e l’abbaiare di tre cani col ronfare di tre gatti vibrava proprio sopra i suoi piedi nudi: li conosceva, li conosceva tutti!

Andiamo adesso. Abbiamo tanto da fare. Seguimi.”

Certo, lo avrebbe seguito: tutto di lei si mise in movimento, mentre l’erba verdissima e il cielo azzurro si disfacevano a poco a poco sotto e sopra di lei.

Erano di nuovo insieme, finalmente.

O forse lo erano sempre stati... 

 

da "Birkamà e altri racconti. Piccole utopie." di Loredana Amalia Ceccon. Inedito.

#Dopo #Racconti #Immagin-azione #LoredanaAmaliaCeccon #sentieridellogos.blogspot.com

 

mercoledì 8 maggio 2024

 

Pensieri

 

POLVERE, INDIZIO DI VITA



Ma di per sé, originariamente e a tutti i gradi, la polvere è un indizio di vita nascente.1

Questa frase sorprendente è contenuta nel saggio di Teilhard de Chardin: Abbozzo di un universo personalista, contenuto nel testo L’energia umana. La tesi fondamentale di questo libro, semplificando al massimo, è che l’evoluzione costatata dalle osservazioni scientifiche ha una precisa direzione di sviluppo, che è la spiritualizzazione della materia. Questo processo ha negli esseri umani il suo momento di consapevolezza e di azione cosciente, affinché la presenza dello Spirito divino da cui tutto procede sia sempre più evidente e sostenga il cammino in avanti verso la Parusia.

Ma perché mi sorprende questa frase? Perché “la polvere”, nel mio immaginario, rappresenta il ritorno allo stato originario puramente materiale del mio corpo morto, mentre de Chardin mi dice che è “indizio di vita nascente”. La polvere, proprio lei. Oppure, potrei dire, proprio io?

Ecco allora che si forma un pensiero diverso riguardo ciò che chiamiamo “materia”, che abbiamo sempre considerato l’elemento passivo e inerte su cui possiamo operare a nostro piacimento per raggiungere i nostri scopi, per realizzare i nostri progetti: la materia è vita, è l’origine stessa della nostra esistenza e tutto ciò che chiamiamo “io” o “noi” si compie nella materia stessa che noi siamo.

È necessario quindi ripensare il nostro modo di considerarla.

Inizialmente pensavo che spiritualizzare la materia volesse significare che, attraverso il mio/nostro operato, ciò che esiste nel nostro mondo dovesse farsi trasparenza dello Spirito presente nell’Universo. Certamente questa è una valida interpretazione, ed è anche quella che ci propone Teilhard de Chardin.

Ma, se prendiamo sul serio la frase in esergo, e diciamo che la polvere è vita nascente, noi diciamo nello stesso tempo che la polvere è spirito, poiché lo spirito è vita. È quindi originariamente che la materia è spirito, non è quindi ciò che ci separa dallo spirito, ciò di cui dobbiamo diffidare perché ci allontana, ci devia, ci trascina lontano dallo spirito che è l’unico nostro bene; spiritualizzare la materia non avviene all’esterno di noi stessi: siamo invitati a renderci conto dello spirito che è la stessa materia di cui siamo fatti, in cui siamo immersi e che usiamo senza questa consapevolezza. .

Troviamo questo pensiero chiaramente espresso nel Vangelo di Marco 7, 14-23: “Poi chiamata la folla a sé, diceva loro:«Non c’è nulla fuori dell’uomo che entrando in lui possa contaminarlo; sono le cose che escono dall’uomo quelle che contaminano l’uomo». Quando lasciò la folla ed entrò in casa, i suoi discepoli gli chiesero di spiegare quella parabola. Egli disse loro:«Neanche voi siete capaci di comprendere? Non capite che tutto ciò che dal di fuori entra nell’uomo non lo può contaminare, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e se ne va nella latrina?». Così dicendo, dichiarava puri tutti i cibi. Diceva inoltre:«È quello che esce dall’uomo che contamina l’uomo; perché è dal di dentro, dal cuore degli uomini, che escono cattivi pensieri, fornicazioni, furti, omicidi, adultèri, cupidigie, malvagità, frode, lascivia, sguardo maligno, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive escono dal di dentro e contaminano l’uomo»”.

Materia e spirito sono i nomi che noi assegniamo a differenti percezioni attraverso le quali conosciamo ciò con cui entriamo in relazione, e noi stessi.

Materia è generalmente ciò che cogliamo con i sensi protesi all’esterno, mentre spirito è ciò che sperimentiamo con una sorta di senso interno, che pare esistere indipendentemente dalle limitazioni di tempio e spazio cui sembra invece soggetta la materia. Inoltre, mentre la materia ci si mostra inerte, passiva, senza coscienza, senza vita e libertà, lo spirito ci appare dinamico, attivo, portatore di coscienza, vita e libertà; diciamo infatti: «Lo Spirito soffia dove vuole», e lo paragoniamo al vento, inafferrabile e presente.

Questa sorta di dualismo è però solo un’ipotesi di lavoro, su cui già gli antichi greci si accapigliavano.

Nel nostro secolo la scienza è giunta a mostrarci che ciò che noi chiamiamo materia è una nostra invenzione, una specie di convenzione, come il tempo, che ci serve per definire alcuni aspetti del nostro quotidiano, per vivere in relazione con altre e altri da noi.

Quel che sappiamo oggi sulla materia è che ciò che noi vediamo è frutto di legami energetici tra particelle: non vi è quindi inerzia o passività, ma la materia stessa è dinamica e in grado di mettere in atto aggregazioni libere e in parte imprevedibili.

Questo ci induce a mettere in discussione il dualismo materia/spirito su cui è fondata gran parte della nostra azione e del nostro pensiero: in realtà non vi sono, come riteneva Cartesio, una res cogitans e una res extensa, ma un’unica res, un’unica “cosa”, che non possiamo chiamare sostanza e possiamo solo indicare col termine di vita: la vita accade come unità di ciò che generalmente chiamiamo materia e spirito.

Sento già voci, tra fumi infernali: «Allora sei animista!», oppure: «Panteista!»

Rispettiamo le diverse idee, ma qui non vi è niente di tutto questo.

L’anima, psyché, costituisce la coscienza personale di un essere, la sua autocoscienza; ma l’anima di cui parliamo è quella specificamene umana, certamente anch’essa determinata dalle dinamiche energetiche che si sviluppano nella mente/cervello.

Non possiamo quindi pensare di relazionarci con la materia come facciamo con i nostri simili; questo però non esclude che vi siano delle forme di coscienza diverse da quella umana, generate dagli stessi dinamismi energetici che hanno formato la coscienza umana: stiamo scoprendo solo ora la sensibilità e i modi così vari e ingegnosi delle piante per comunicare e lo stesso mondo animale, man mano che lo osserviamo cercando di dislocarci dal nostro antropocentrismo, ci si rivela molto più consapevole e complesso di quanto credevamo.

Poco o nulla per ora sappiamo del mondo minerale, da cui originariamente si forma la materia organica di cui siamo composti, e il futuro potrebbe riservarci delle sorprese.

Certo, questa diversa consapevolezza riguardo alla materia di cui siamo fatti e in cui siamo immersi ci pone nuove domande e chiede da parte nostra una rielaborazione della reciproca relazione.

La materia ci si offre affinché noi possiamo vivere, è vita in continuo farsi: l’errore che compiamo è utilizzarla come cosa inerte, come cosa morta, mentre vi è in essa una vita, uno spirito che va compreso e rispettato. È quindi il nostro atteggiamento interiore che va mutato: non dobbiamo noi, con i nostri sforzi, spiritualizzare la materia, ma renderci conto dello spirito che vi è in essa fin dall’origine ed avvicinarla non come padroni che fanno di essa ciò che vogliono, ma come elementi dello stesso spirito di cui essa è fatta, accogliendo il suo esistere come un’offerta di comunione da ricambiare, come ospiti presenti alla stessa tavola.

È una prospettiva che induce a una severa revisione delle nostre relazioni con le cose: perché accumulare, perché consumare oltre il necessario, perché inventare futili oggetti a cui diamo un valore di competizione con l’altro, perché non curare la natura che ci ospita, perché non sviluppare la capacità di comunicare e creare amore e bellezza invece che odio e violenza?

Rivoluzionando il nostro rapporto con le cose, cogliendone lo spirito di cui sono fatte, il nostro cuore sarà in sintonia con tutto il creato, non produrrà più “cose cattive”. E la polvere continuerà ad essere sempre “indizio di vita nascente”.

Lo Spirito è quindi un’energia operante nell’Universo? È anche fisicamente riconoscibile per certi aspetti?

Con Teilhard de Chardin potremmo dire di sì: nell’Universo è all’opera l’energia dello Spirito, che si addensa e prende forma.

Ma, a mio parere, non siamo soggetti a un evoluzionismo escatologico, in cui l’uomo ha il dovere di agire per portare a compimento la spiritualizzazione del cosmo, che è il fine di ciò che esiste, il motivo del passato che ci sta alle spalle: è questa la visione di Teilhard de Chardin.

Non dobbiamo collaborare alla spiritualizzazione della materia, perché la materia è già spirituale: ciò che gli esseri umani devono ancora fare è accorgersene, attraverso la scienza, la tecnica e l’esperienza personale e collettiva.

Si tratta quindi di mettere in opera un radicale cambio di prospettiva, che è proprio quello proposto dai Vangeli: un sovvertimento di valori che può cambiare totalmente il nostro modo di vivere. Sarà necessario rileggerli attentamente da questo punto di vista.

Ciò che hanno colto gli evangelisti è una diversa relazione di Gesù con la materia, con ciò che ancora chiamiamo corpo e anima: i miracoli sono una narrazione di questo, la stessa resurrezione ne è testimonianza..

Ma l’indicazione fondamentale sulla vita la troviamo nel Vangelo di Matteo 6, 26-29: «Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E chi di voi per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro.»

Significa che dobbiamo essere passivi, non fare niente? È proprio questo che fanno gli uccelli e i gigli del campo? No. Essi vivono la loro vita, crescono, si sviluppano, ci intrattengono con i loro canti e danno gioia ai nostri occhi, oltre a svolgere importanti funzioni di equilibrio ecologico che garantiscono anche la nostra esistenza: sono una manifestazione di gloria, una gloria molto maggiore di quella che ogni essere umano possa concepire, addirittura superiore a quella del più glorioso tra i re: Salomone.

Ce lo ha già detto Ireneo: “Gloria di dio è l’uomo vivente!”. Ognuno di noi è quindi, come gli uccelli del cielo e i gigli del campo, una manifestazione della gloria di Dio: Gesù ci dice di vivere consapevoli di questa grazia originaria, secondo giustizia, oggi, qui, insieme.

Quindi il nostro compito fondamentale è vivere: siamo lode di gloria.

La stessa morte in questa ottica perde il suo pungiglione, perché, pur con tutto il carico di sofferenza e dolore che porta con sé, non è un’estinzione totale: fa parte della stessa vita.

Tutto ciò che non si radica in questa verità primordiale, ha perduto il senso del suo esistere.

E la domanda di Gesù: «Non contate voi forse più di loro?», è, molto probabilmente, una divina ironia.

1T. de Chardin, L’energia umana, Nuove Pratiche Editrice, Parma 1997, 60.


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lunedì 6 maggio 2024

 


Immagin-azione


NON HA COMANDANTE LA MIA NAVE



Non ha comandante

la mia nave.


Si dondola lieve alla brezza

e s’inabissa alla tempesta,

corre

sulle ali del vento

e si placa

alla bonaccia.


È forse solo

una barca,

più grande a volte,

con tanta gente a bordo,

spesso

una piccola barca da pesca

senza reti né ami.


Non cerca un approdo,

ma soste,

perché sa che il viaggio

è il suo destino;


così ogni istante

negli oceani o nei mari,

nei laghi o nei fiumi,

un delirio di gocce

è il suo canto di gioia.


Non ha comandante

la mia nave.




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